“Razza”, genere, classe dei corpi e del potere Quando l’asilo politico diventa una prospettiva radicale per guardare allo Stato

#escapes2020 online – 26 giugno 2020
Il governo della migrazione e dell’asilo
Resistenza e azione in tempi di ambivalenza e incertezze

Stringa n. 3: Guardare alle “zone d’ombra”


“Razza”, genere, classe dei corpi e del potere Quando l’asilo politico diventa una prospettiva radicale per guardare allo Stato

Barbara Pinelli, Ricercatrice in Antropologia, Università degli Studi Roma 3
Martina Tazzioli, Lecturer in Politics and Technology, Goldsmiths, University of London

Sin dai loro inizi, gli studi sull’asilo politico hanno riflettuto sul ruolo di controllo esercitato dagli enti umanitari e dalle politiche di protezione affiancando tale postura alla critica conferita ai regimi di sorveglianza e dei confini direttamente agiti. Su un altro versante, i modi con cui la sessualità entra nei sistemi di controllo dello Stato verso l’intera popolazione hanno interessato la ricerca; in particolare quella che, con una posizione femminista, ha guardato a questi sistemi mettendo al centro la prospettiva intersezionale, ovvero le connessioni strette fra genere, tecnologie della “razza” e della classe sociale.1 Tuttavia, il legame fra politiche umanitarie, funzioni di controllo, razzializzazione delle politiche e sessuazione dei corpi, più concretamente come i sistemi di regolazione della mobilità umana siano iscritti sulle linee del colore, della sessualità e della classe (e ad altre istanze ancora) rimangono nel campo dell’asilo ancora sullo sfondo.

Così, se la ricerca sui rifugiati ha messo in luce come i sistemi di welfare dei paesi di arrivo abbiano costantemente tentato di trasformare rifugiati e richiedenti asilo in soggetti dipendenti e poveri, privandoli di una propria idea di emancipazione, giustizia e libertà, la declinazione di genere, sesso e “razza” di tali processi di impoverimento, dipendenza e deprivazione di un sé etico ha ricevuto meno attenzione.2 Tale riduzione, è utile ricordare, che su più fronti infragilisce il soggetto di diritto, non è priva di finalità, ma facilita deportazioni, processi di esclusione e la stratificazione dell’inclusione sociale.

La forma concreta di questi processi si nota lungo i confini d’Europa come nelle vaste aree urbane dell’intero Nord Globale. Sul fronte del genere, il ruolo, per esempio, di “eccezione umanitaria” assegnato alle donne nelle politiche di salvataggio al confine marittimo prosegue nelle linee di salvezza morale cui devono rispondere successivamente. Per esempio, nel dover rispettare i codici morali della vittima sofferente da emancipare al fine di essere considerate soggetti ammissibili alla protezione e alla comunità morale. Se un filo si individua fra questa eccezionalità umanitaria, il ruolo della sessualità nei sistemi di regolazione delle migrazioni e la codificazione morale etnica-razziale dei corpi utile a comprendere cosa filtrano i confini (e quali corpi sono considerati ammissibili ad una vita sociale e politica degna), vi è da sottolineare che anche eccezionalità e compassione si sono riconfigurate alla luce di rafforzamenti di norme nazionaliste e razziali, e si siano anch’esse fatte lievi fino a far voltare lo sguardo dinanzi alle forme più escludenti del corpo razzializzato. Ovvero alla sua morte (ai confini meridionali europei) o alla scissione forzata delle intimità più profonde delle persone (per esempio nelle rotture dei legami di filiazione negli attraversamenti fra le Americhe). Sul fronte della classe e dei processi di deprivazione economica razzializzata, è la Grecia ad offrire esempi concreti. Primo paese europeo a distribuire il pocket-money a richiedenti asilo su carte prepagate tramite fondi dell’Unione Europea, le sue politiche di governo della mobilità si realizzano con privazioni economiche celate da misure di supporto umanitario-finanziario per richiedenti e rifugiati. Il supporto economico e la soluzione abitativa fornite da UNHCR e dall’UE vengono meno non appena i richiedenti asilo ottengono la protezione internazionale o, al contrario, il diniego della stessa. Tale misura di doppia privazione è stata rilanciata nel Maggio 2020, in piena pandemia Covid-19, quando i rifugiati si sono trovati a far fronte a forti restrizioni sulla mobilità causate dal lockdown, da una destituzione economica e dall’imminente sfratto abitativo. Le ripetute mobilitazioni organizzate ad Atene dai rifugiati con il supporto di alcuni solidali sono riuscite a far sospendere temporaneamente la fuoriuscita forzata da abitazioni e supporto economico.

Che il genere inteso nella sua accezione intersezionale (ovvero, solo un’analisi congiunta degli assi di oppressione legati a genere, sesso, “razza”, classe può mostrarne la potenza) possa essere una prospettiva radicale per lo studio delle forme del potere non è argomento nuovo alla letteratura, alle battaglie politiche e ai movimenti di protesta per il riconoscimento di collettività rese marginali dalla storia (per esempio, dalla schiavitù e dalla segregazione razziale-sessuale). Non è inedita altresì la configurazione del margine come luogo di resistenze e di lotte, come ben insegna il femminismo afroamericano.3

È in quest’ottica che forse tenere uno sguardo sul futuro riprendendo lotte e riflessioni di chi dai margini si è riappropriato della storia può costituire un buon punto per leggere il presente. Guardando alle scene politiche attuali, la prospettiva abolizionista, in particolare nella sua declinazione femminista, le istanze portate avanti dai femminismi postcoloniali e afroamericani ci appaiono fornire chiavi analitiche per leggere il governo delle popolazioni (in particolare, qui riferita alla mobilità umana, ma da tale posizionamento si esprimono alleanze) centrato sulle intersezioni tra “razza”, classe e genere, e per investigare la configurazione nel presente di dinamiche storiche e strutturali di razzializzazione. La prospettiva abolizionista femminista e le istanze avanzate dal femminismo nero dagli anni Settanta possono costituire un metodo e una prassi nella ricerca quanto, in senso più ampio, nella critica sociale dei processi di criminalizzazione e razzializzazione di soggetti e popolazioni (quali rifugiati e migranti). È da ricordare che una messa in discussione dei meccanismi di subordinazione non può che passare da un’analisi dei processi di gerarchia, spossessamento ed esclusione che si fanno corpo in una vulnerabilità gerarchicamente distribuita (sulle linee tracciate dall’intersezionalità), e che per alcuni gruppi umani comporta anche una morte prematura4. Queste prospettive mettono al centro i movimenti anti-razzisti e le lotte contro i meccanismi di incarcerazione5. Riarticolando queste visioni nel campo delle migrazioni, si fa strada l’idea di “abolizionismo dei confini” come metodo parte di un’analisi critica centrata sui processi di razzializzazione in gioco nella categorizzazione di alcuni soggetti come “migranti”. Tale approccio permette altresì di assumere le lotte di migranti e rifugiati come lente analitica dinanzi ai molteplici meccanismi di confinamento, la loro funzione di filtro e di costruzioni gerarchiche iscritte sulle differenze di genere, corpo, “razza”, classe.

Tali riflessioni rinforzano l’idea che siano proprio coloro che si presentano sulla scena politica infrangendo sicurezze, superando le linee del colore, del genere e della classe a offrire posizioni radicali per esplorare i poteri dello Stato, della subordinazione e della distribuzione gerarchica dei diritti e delle risorse. Va da sé pertanto che discutere di rifugiati e migranti significa mettersi in una prospettiva vantaggiosa per lo studio del governo della popolazione nel suo insieme, dei modi con cui gerarchie sociali legate a razzismo, sessismo, impoverimento economico e dipendenza dalle strutture governative, codici morali e altro ancora costruiscono linee di non/ammissione. Questa prospettiva sostiene la centralità della valenza politica dei corpi e delle biografie di chi ha fatto esperienza di regimi coloniali, segregazione razziale, sessismo/razzismo, migrazioni e sradicamenti per rileggere la storia sociale nel suo insieme, la sfera politica e le sue logiche escludenti, e per pensare a rivendicazioni comuni di diritti.

Note:
1. Crenshaw, Kimberlé (1991). Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics, and Violence against Women of Color. In “Stanford Law Review”, 43(6), pp. 1241-1299.
2. Luibhéid, Eithne, (2013). Pregnant on Arrival: Making the ‘Illegal’ Immigrant, University of Minnesota Press, Minneapolis. MN
3. Sandoval, Chela (2000). Methodology of the Oppressed. University of Minnesota Press, Minneapolis. MN.
4. Gilmore, Ruth Wilson (2007). Golden gulag: Prisons, surplus, crisis, and opposition in globalizing California. University of California Press.
5. Davis, Angela (2011). Abolition democracy: Beyond empire, prisons, and torture. Seven Stories Press.

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Per citare questo articolo:
Pinelli, Barbara, Tazzioli, Martina. ““Razza”, genere, classe dei corpi e del potere Quando l’asilo politico diventa una prospettiva radicale per guardare allo Stato”, in Escapes – Laboratorio di studi critici sulle migrazioni forzate VI Conferenza nazionale – edizione on line 26 giugno 2020, http://www.escapes.unimi.it/escapes/razza-genere-classe-dei-corpi-e-del-potere/, consultato il GG/MM/AAAA

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