ONG e intervento umanitario in Libia

#escapes2020 online – 26 giugno 2020
Il governo della migrazione e dell’asilo
Resistenza e azione in tempi di ambivalenza e incertezze

Stringa n. 1: Comprendere il presente. All’origine di istituti, pratiche e dispositivi


ONG e intervento umanitario in Libia

Paolo Cuttitta, Université Sorbonne Paris Nord, Institut de Recherche sur le Maghreb Contemporain (Tunis)

Nei centri di detenzione (CD) libici si stanno concludendo gli ultimi progetti di organizzazioni non governative (ONG) italiane finanziati dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) su iniziativa del governo Gentiloni. Nel 2017 l’appello a disertare quei bandi per non legittimare la politica italiana di esternalizzazione dei controlli con azioni dal dubbio significato umanitario fu ignorato da nove associazioni. In realtà ONG italiane e internazionali operavano già da tempo in Libia, nel campo delle migrazioni e anche nei CD, parallelamente a – o in cooperazione con – organizzazioni internazionali (OI): con fondi di paesi europei, dell’UNHCR o, più recentemente, dello European Trust Fund for Africa (EUTF).

Quei bandi AICS, però, si prestavano particolarmente alle critiche perché promossi dallo stesso governo che non solo stringeva accordi con tribù, milizie e trafficanti per bloccare le migrazioni prima dell’imbarco ma lanciava addirittura un’offensiva contro le ONG impegnate nei soccorsi in mare.

In Libia l’intervento italiano nei CD non lascerà un ricordo felice nella comunità umanitaria internazionale, soprattutto per l’operato di qualche ONG minore. Tra i 38 rappresentanti di uffici di cooperazione di vari paesi e operatori umanitari di altre ONG e di OI finora intervistati1 molti hanno criticato quelle “piccole ONG italiane che non sanno nulla di assistenza umanitaria e non si rendono conto dei danni che causano”, denunciandone “il mancato rispetto dei principi umanitari”, la disponibilità a svolgere “attività inutili o controproducenti” pur di seguire le politiche governative, e soprattutto la scarsa o nulla attitudine a coordinarsi con gli altri attori sul campo.

La conclusione di questi progetti e la scelta di non riproporne di analoghi dopo il 2018 coincidono con un momento di rivalutazione complessiva dell’intervento umanitario in Libia. Da anni diverse ONG e alcuni uffici di cooperazione lamentano come le migrazioni abbiano monopolizzato l’attenzione dei decisori politici europei nella pianificazione dell’intervento umanitario, a scapito di altre esigenze. I CD, poi, sono particolarmente ‘notiziabili’. Ciascuno quindi vi ancora le proprie strategie narrative: chi per screditare le politiche europee di controllo, denunciandone le conseguenze (abusi nei CD), chi per difenderle, proponendo correttivi (progetti umanitari nei CD).

Restano così nell’ombra le condizioni di schiavismo cui sono costretti tanti migranti ‘liberi’, le violenze fisiche, le estorsioni, gli arruolamenti forzati nelle fazioni armate, la difficoltà di trovare alloggio. Si ignora, per esempio, che diverse persone uscite dall’inferno dei CD hanno presto preferito farvi ritorno considerandoli più sicuri dei contesti urbani.

La chiusura di diversi CD e la liberazione di numerose persone gettano ora più luce sulla vita fuori dai campi. Mentre la stima della popolazione migrante in Libia si manteneva intorno alle 650.000 unità, il numero ufficiale dei detenuti (poco più di 6.000 nel giugno 2018; 5.695 nel giugno 2019) scendeva a circa 1.500 nel 2020: un dato stabile nel primo semestre dell’anno, nonostante nello stesso periodo 3.980 persone fossero respinte in Libia dal mare. In realtà queste statistiche sono indecifrabili. Mentre alcuni CD vengono chiusi, infatti, altri diventano semplicemente ‘non ufficiali’ (formalmente non controllati dal DCIM, il dipartimento del ministero dell’interno per le migrazioni irregolari) ma continuano a funzionare. Quelli ufficiali sono ormai ridotti a 11 (erano 24 a giugno 2016; 26 a giugno 2019). OI e ONG non hanno accesso ai CD non ufficiali né ai centri investigativi (che solo formalmente non sono CD), e nessun dato è disponibile sulle persone ivi recluse. Al di là dell’incognita sul numero di persone sbarcate in Libia e condotte nei centri non ufficiali o investigativi, da parecchi mesi accade anche che tanti siano abbandonati al porto o che i CD ufficiali rifiutino di accoglierli – un atteggiamento divenuto più frequente con l’emergenza COVID-19 ma che nasce, più generalmente, dalla volontà di disimpegno delle autorità libiche.

A ciò si aggiunge la chiusura dell’unico centro aperto, il GDF, voluto dall’UNHCR per trasferire all’estero i soggetti più vulnerabili. Più che per i rischi di incolumità legati al conflitto, il GDF avrebbe chiuso perché l’UNHCR aveva perso il controllo su chi entrava e sulle attività che vi si svolgevano (del resto le OI sembrano trovarsi spesso a dovere negoziare con diversi attori, anche informali, l’implementazione delle loro azioni). Inoltre, con la riduzione dei centri diurni di Tripoli da tre a uno, sono diminuite le opportunità di assistenza ai non detenuti. I rifugiati, poi, devono fare i conti con il fatto che l’UNHCR consente la registrazione solo ai cittadini di nove nazionalità.

In questo contesto l’azione umanitaria della comunità internazionale si sposta verso attività più generiche, volte alla ‘stabilizzazione’ del paese. Questo risponde anche a esigenze diplomatiche: “se proponi alle autorità un progetto di assistenza ai migranti ti sbattono la porta in faccia”, riferiscono da un ufficio di cooperazione. L’obiettivo di favorire l’integrazione dei migranti, e quindi impedirne il viaggio verso l’Europa, si persegue indirettamente: per esempio proponendo progetti di sviluppo generale ma in aree di transito o residenza di migranti, magari inserendo clausole che mirino a garantire l’accesso ai servizi da parte dei migranti (si vedano anche i più recenti bandi AICS). Qualcuno lo chiama window-dressing: la stessa attivazione di una risposta umanitaria coordinata da parte dell’ONU, del resto, non rifletterebbe una reale emergenza umanitaria generalizzata quanto il desiderio di avere più risorse proprio per fermare i migranti.

Su questo sfondo le ONG internazionali oscillano tra il sì e il no agli interventi nei CD, tra il sì e il no ai fondi di certi donatori. Alcune hanno ritenuto che, “più che uscire dai CD, fosse eticamente opportuno uscire dal rapporto con l’UNHCR”, preferendo farsi finanziare da più elastiche e illuminate fonti governative. Così in mare come in terra, le ONG si distinguono sempre per motivazioni e modi operandi. Anche la recente adozione di linee guida che pongono dei paletti etici all’azione umanitaria in Libia non ha impedito che qualche ONG (manco a dirlo: italiana) continuasse a fare di testa propria.

Intanto, se il presente è ancora delle ONG internazionali, il futuro promette di essere delle ONG libiche. Da tempo l’IOM porta avanti progetti per formare e professionalizzare organizzazioni della società civile libica; analogo intento persegue un recente progetto dell’ICMPD.

Note:
1.Le interviste sono state condotte nell’ambito di un progetto che beneficia di un finanziamento del programma dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione ‘Horizon 2020’ (accordo di sovvenzione Marie Sklodowska-Curie n. 846320). Tutte le citazioni sono anonimizzate per garantire la sicurezza delle fonti.

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Per citare questo articolo:
Cuttitta, Paolo. “ONG e intervento umanitario in Libia”, in Escapes – Laboratorio di studi critici sulle migrazioni forzate VI Conferenza nazionale – edizione on line 26 giugno 2020, http://www.escapes.unimi.it/escapes/ong-intervento-umanitario-libia/, consultato il GG/MM/AAAA

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