L’imbroglio mediterraneo

#escapes2020 online – 26 giugno 2020
Il governo della migrazione e dell’asilo
Resistenza e azione in tempi di ambivalenza e incertezze

Stringa n. 1: Comprendere il presente. All’origine di istituti, pratiche e dispositivi


L’imbroglio mediterraneo1

Luca Ciabarri, Università degli Studi di Milano

I sistemi di proibizione – la forma in cui si è costruito nell’arco di una trentina di anni il governo delle mobilità tra Europa e certe aree del Sud del mondo, tipicamente i paesi in guerra ed aree o fasce della popolazione definite ad “alta propensione” migratoria – generano i loro stessi incubi, cioè quegli effetti che pretenderebbero di prevenire, moltiplicandone spesso l’intensità. I “mostri” contro cui si punta il dito si fanno reali: l’immigrazione irregolare, i clandestini, le tensioni alla frontiera, i trafficanti. I regimi di frontiera che ne derivano sono nelle frange estreme connotati non solo da esclusione ma anche da un’estrema rigidità fondata sull’equazione tra immigrazione, disordine sociale, crimine, e terrorismo; nella formula più sintetica di Zygmunt Bauman: “Il viaggiare per profitto viene incoraggiato, il viaggiare per sopravvivenza viene condannato”. Proprio questa rigidità rende fragile tale assetto, perché crea dinamiche di congestione, perché lo rende poco reattivo di fronte ad ampi movimenti di popolazione derivanti da crisi e conflitti internazionali che richiederebbero invece strumenti specifici, e perché lo espone alla forza dei mercati neri che esso stesso produce. Questi limiti generano a loro volta il senso di trovarsi di fronte a fenomeni senza precedenti, incontenibili e fuori controllo. In questi termini sono stati analizzati gli effetti in Europa della crisi dei rifugiati nel Mediterraneo centrale (Libia) e orientale (Siria), come crisi cioè di un regime di frontiera e come crisi politica: crisi di uno spazio istituzionale fragile (l’Unione Europea e l’area Schengen) e dei suoi principi fondanti (la solidarietà tra Stati membri, il rispetto degli obblighi di protezione dei rifugiati e di tutela e promozione dei diritti umani). Il Sistema europeo comune di asilo (CEAS) ha scontato sulla frontiera esterna tale rigidità – il backlash della proibizione, si potrebbe sintetizzare – mentre nelle frontiere interne, nei rapporti tra gli Stati membri, ha rilevato una profonda disomogeneità nelle procedure di riconoscimento giuridico e negli standard di accoglienza e integrazione producendo molteplici tensioni e scontri.

Ma è davvero possibile controllare un mercato nero della mobilità, conseguenza del sistema di proibizione, quando questo è organizzato al di fuori dei confini dell’Unione Europea e quando le forme compensative di redistribuzione delle risorse tra chi ha accesso e chi è escluso dalla mobilità internazionale sono inadeguate (oltre che destabilizzate dall’espansione della guerra e dello sfruttamento economico)? È in questo senso sufficiente la mera espansione al di fuori del territorio europeo della logica securitaria? Qual è il prezzo delle politiche di contenimento e coercizione e della loro rimozione dalle nostre menti? Infine, è davvero possibile
regolare con strumenti ordinari movimenti migratori legati a specifiche crisi internazionali? Sono, queste, domande cruciali per porsi nelle condizioni di valutare l’efficacia di un regime di frontiera fondato sui presupposti del contenimento e della proibizione, e per potere eventualmente concepire un suo ripensamento.

Più sottilmente, i sistemi di proibizione generano una specifica forma del discorso che modella le categorie interpretative delle dinamiche sociali relative alla mobilità e ne determina al tempo stesso le condizioni e possibilità di enunciazione. Questa forma del discorso, organizzata attorno al motore immobile del tema dell’immigrazione irregolare (dei trafficanti e delle loro vittime, dei pericoli di invasione e così di seguito), acquisisce, nella sua ricorrenza e ripetitività, forte stabilità e persistenza, al punto da costruirsi come forma naturale di conoscenza delle dinamiche legate alla mobilità. Essa assume in sostanza la consistenza di un sistema di rappresentazione della storia o meglio di un sistema in cui si colloca nella storia l’insieme di elementi e relazioni legati alla mobilità tra Europa e Sud del mondo. In questo senso opera come meccanismo di disposizione di un ordine, ma è anche più banalmente una forma di esercizio del potere che opera costruendo allarme sociale al fine di produrre azioni e atti giuridici, mobilitare risorse volte al controllo della frontiera e nello stesso tempo guadagnare legittimità e consenso attorno a queste stesse misure. È cioè un meccanismo che produce una certa sovranità (una forma di Stato e di governo e una forma di relazioni internazionali) e una certa cittadinanza.

Gli obbiettivi di controllo di un sistema proibizionista applicato alle migrazioni (in sostanza il mercato espansivo della migrazione irregolare) si trovano in larga parte al di fuori dei territori europei. Qui, i migranti sono consegnati alla violenza delle reti di traffico, mentre la sicurezza europea è delegata a strutture autoritarie esternalizzate. Tale collocazione esterna rappresenta per certi versi la forza e persistenza del sistema, poiché i soggetti che questo cattura possono essere presentati come stranieri al corpo sociale ed essere oggetti di trasfigurazioni e di politiche di criminalizzazione, se non di deumanizzazione. Questo tuttavia non è del tutto vero perché l’imbroglio di cui è intessuta la conoscenza confinata è un imbroglio che comprende e interpella tutti. Non si tratta solo di mettere retoricamente in luce come nello spazio europeo
di libertà sicurezza e giustizia – ammantato dalla torsione proibizionista che pensa le relazioni con il Sud del mondo entro un senso di accerchiamento – la sicurezza è raggiunta solo praticando l’insicurezza di altri, la giustizia solo praticando l’ingiustizia verso altri e la libertà solo praticando la detenzione di altri. Si
tratta anche di mettere in rilievo come queste politiche sono rese possibili solamente attraverso il consenso della cittadinanza, o meglio attraverso, si diceva, una produzione specifica di cittadinanza. Le forme dell’imbroglio sono in questa luce molteplici: vi è un imbroglio della rappresentazione e un imbroglio della rimozione a costituire nel loro insieme un imbroglio della cittadinanza. L’imbroglio mediterraneo, nell’ultima fase storica delle migrazioni via mare verso l’Italia, è consistito dunque prima di tutto nella trasfigurazione della situazione libica e siriana e dei movimenti di popolazione che vi si sono generati, trasformati in esodi epocali, avamposti dell’invasione, flussi irrefrenabili, con tutte le ricadute nelle forme di riconoscimento e negli strumenti di azione che questa rappresentazione ha generato. In questo imbroglio della rappresentazione i migranti approdati sulle coste mediterranee sono diventati schermo di rifrazione cui attribuire, in una congiuntura di crisi economica e di crisi della rappresentanza politica, una serie di fallimenti sociali del presente – si potrebbe dire il backlash di quegli animal spirits liberati dalla deregolamentazione e traditi dalla crisi, organizzato sulla leva migratoria. È poi, certo, un imbroglio che risiede nella rimozione della violenza che si ingenera nelle aree di crisi, lungo i confini e lungo le vie di transito. È, infine, imbroglio della cittadinanza costruito su tale rimozione e sull’inversione della nozione di vittima: non più i migranti ma i cittadini europei rappresentati e poi autopercepitisi come maggioranza minacciata. Come tale, essa si presta a essere soggetto di macchine della propaganda che agitano allarmi e pericoli e si presentano al tempo stesso come sue protettrici e salvatrici. La percezione dell’insicurezza derivante dalle migrazioni via mare, qui, non è da intendersi come un dato di fatto di cui i soggetti politici devono tenere conto nella ricerca del consenso, ma come esito successivo alla delineazione e messa in campo delle politiche del confine e alla produzione di un discorso pubblico egemone attorno a questo. L’imbroglio diventa allora un tradimento della cittadinanza.

Note:
1. Estratto da L’imbroglio Mediterraneo. Le migrazioni via mare e le politiche della frontiera, Raffaello Cortina Editore, 2020, pp. 215-220.

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Per citare questo articolo:
Ciabarri, Luca. “L’imbroglio mediterraneo”, in Escapes – Laboratorio di studi critici sulle migrazioni forzate VI Conferenza nazionale – edizione on line 26 giugno 2020, http://www.escapes.unimi.it/escapes/limbroglio-mediterraneo/, consultato il GG/MM/AAAA

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