L’indistinguibile biglietto da visita

Cronologia di un viaggio di ritorno a Berlino tra i confini dell’Europa

Di Elena Fontanari (vai alla licenza)

Sono le 10:30 del mattino, ancora un po’ assonnati scendiamo dal treno. Siamo a Verona e dobbiamo prendere la coincidenza per Monaco di Baviera, in Germania. Io e il mio ragazzo abbiamo lasciato Milano questa mattina presto, si torna a casa, si torna a Berlino.

La stazione di Verona appare molto attiva in questa prima giornata autunnale. Guardo sul tabellone degli orari dei treni per vedere in che binario si trova il nostro treno: binario 1. Arriviamo sul binario e il treno è già lì, pronto ad aspettarci; treno tedesco, della Deutsche Bahn. Le porte sono tutte chiuse, e le persone aspettano fuori sul binario. Mi accorgo che ci sono diversi ragazzi africani, molti di loro sono eritrei, mi spiegheranno dopo. Alcuni di loro sono in piccoli gruppetti, altri sono da soli, tutti hanno una valigia o uno zaino e il biglietto in mano.

La situazione è tranquilla, sul binario ci siamo solo noi passeggeri. A quindici minuti dalla partenza, arriva qualche poliziotto, e iniziano ad aprire le porte dei treni. Io e il mio ragazzo prendiamo le nostre valigie e ci avviciniamo all’entrata della nostra carrozza, insieme agli altri passeggeri. Mentre saliamo sul treno, la polizia aumenta sul binario, ma la situazione rimane tranquilla. Saliamo sulla nostra carrozza e iniziamo a sistemare i bagagli, c’è un po’ di traffico di persone, come sempre, tra valigie, borse e zaini, si fa lo slalom cercando i proprio posti a sedere.
Un paio di ragazzi eritrei mi fanno vedere il loro biglietto e mi chiedono dove possono sedersi, gli inizio a spiegare che se sopra i sedili c’è una targhetta bianca, vuol dire che i posti sono prenotati, e gli faccio cenno di seguirmi così cerchiamo insieme un posto. A quel punto arrivano due poliziotti e si rivolgono ai ragazzi: «Mister, passport!». I ragazzi fanno vedere il biglietto e i poliziotti dicono: «No no, mister, passport!». Loro non ce l’hanno, quindi fuori dal treno. Proseguo per la carrozza e appoggio le mie valigie dove sono i nostri posti. Passano tantissimi poliziotti al mio fianco, camminano veloci nel treno in tutte le direzioni, ma io sembro trasparente per loro.

Mancano ancora 10 minuti alla partenza e decido di scendere. Mi avvicino alla porta del treno e vedo che ci sono due poliziotti davanti. Non mi dicono niente, a malapena mi guardano e si spostano per farmi scendere. Una volta fuori dal treno, lo scenario è cambiato completamente: davanti ad ogni porta di ogni carrozza ci sono due o tre poliziotti. Controllano a tutti i biglietti? No.
I pochi “bianchi” ritardatari, si affrettano verso il treno, e i poliziotti li fanno passare ed entrare nella carrozza, senza parlare, senza chiedere niente. Ormai non c’è più nessuno sul binario, soltanto io e il mio ragazzo, molti poliziotti e tutti i ragazzi eritrei. Alcuni di loro si sono messi in gruppo e li vedo discutere con un po’ di poliziotti all’ingresso dell’ultima carrozza in fondo al treno. Davanti al mio vagone, ci sono due o tre ragazzi che provano ad entrare, ma i due poliziotti che presidiano la porta della mia carrozza si avvicinano tra di loro e chiudono l’ingresso: «No, tu non entri. Hai il passaporto?», i ragazzi mostrano il biglietto, e i poliziotti rispondono: «Questo non è un passaporto».
Osservo l’incredulità di queste persone che sono convinte di avere in mano il biglietto giusto per viaggiare. Controllano la data del biglietto, la stazione di partenza e di arrivo, e interdetti rimostrano il biglietto ai poliziotti: tutto bene, il biglietto è in regola, ma non è quello il biglietto che permette o vieta il lasciapassare.

Mi incammino lungo il binario, e ad ogni carrozza, ad ogni porta, ci sono due o tre poliziotti che discutono con due o tre ragazzi africani. Ogni tanti vedo un poliziotto uscire da una carrozza con un ragazzo africano, e affermare: «eccone un altro!». In una carrozza c’è un poliziotto che sta cercando di aprire la porta del bagno, ha una borsa piena di attrezzi e fa di tutto per aprire la porta, urlando: «Ti conviene uscire fuori!». Nella carrozza in testa al treno vedo che c’è un po’ di tensione, allora mi avvicino. I poliziotti e i ragazzi eritrei iniziano a spintonarsi, qualcuno grida: «Let us get inside! We have the tickets!», e la polizia risponde: «calmi, 20 metri di distanza, state a venti metri di distanza!», poi aumenta un po’ la tensione e un paio di ragazzi eritrei vengono spinti e cadono per terra. A quel punto, iniziano ad accorrere molti poliziotti dagli altri vagoni e arriva una squadra di poliziotti in assetto antisommossa. Ma la situazione si tranquillizza subito, e non serve nessun intervento.
Due ragazzi eritrei vicino a me, discutono coi due poliziotti di fronte alla porta di una carrozza. Un poliziotto gli dice: «voi in questo treno non potete entrare! Provatene altri, ma qui non entrate senza passaporto!». Loro si lamentano, mostrano i biglietti. Un ragazzo si avvicina a me e iniziamo a chiacchierare, mi spiega che lui è lì da ieri sera ed è stanco. Non capisce perché non lo fanno salire, e mi mostra il biglietto. Gli spiego la situazione e lui mi ascolta. Mi chiede da dove vengo, se sono tedesca, e gli dico che sono italiana ma vivo a Berlino. Lui mi sorride, mi dice che anche lui vuole venire in Germania. Proverà col treno regionale verso il Brennero, ma sa che anche lì ci sono controlli. Mancano due minuti alla partenza, noi dobbiamo salire. Ci salutiamo con il ragazzo che ci da la mano e ci ringrazia.

Andiamo verso l’ingresso della nostra carrozza, e nuovamente i poliziotti si allargano lasciandoci salire, non ci guardano, non ci chiedono niente. Continua la forte sensazione di sentirmi del tutto trasparente ai loro occhi, non mi chiedono il biglietto, è come se avessi un lasciapassare cucito sulla pelle. Mi fermo sulla porta a prendere l’ultima boccata d’aria, un paio di ragazzi eritrei sono lì, e aspettano. Ad un certo punto arriva un ragazzo italiano che sale sulla carrozza, si apre un varco, e i poliziotti sono distratti, guardano le foto nei loro cellulari. Uno dei ragazzi eritrei, prova a seguire l’italiano e salire nel treno, ma il poliziotto lo ferma col braccio e lo fa scendere: «Non fare il furbetto!», afferma. Poi mi guarda e gentilmente mi dice: «Signorina, stia attenta che le porte si stanno chiudendo, il treno è in partenza».

Ore 12:33 Stazione di Bolzano. Sembra tutto tranquillo, ad accoglierci sul binario dove il nostro treno arriva ci sono diversi poliziotti, ma non entrano nel treno, rimangono fuori e parlano con il capotreno. Guardano i finestrini delle carrozze. Esco dal treno per sgranchirmi le gambe, e osservo che la polizia è solo sul nostro binario. Dopo 5 minuti il treno riparte.

Il viaggio prosegue tranquillo, arriviamo al confine col Brennero, dove il treno si ferma per un quarto d’ora. Anche lì, al binario, ci sono diversi poliziotti ad accoglierci. Nessuno entra sul treno, un po’ di persone scendono per fumare. Dopo un quarto d’ora, si riparte.

Il treno attraversa il confine, siamo in Austria. Ci fermiamo in diverse stazioni austriache, dove al binario c’è sempre qualche poliziotto; sempre e solo sul binario dove passa il nostro treno.

Verso le 15:30 il nostro treno arriva a Kufstein, ultima stazione dell’Austria. Stiamo fermi qualche minuto. Tutto tranquillo, il silenzioso passeggiare del treno accompagna il mio dormiveglia, con un tiepido sole che trapela tra i finestrini del treno. Apro gli occhi e vedo intorno a me nel corridoio della carrozza, diversi poliziotti tedeschi, molto giovani e grossi.
Li riconosco dalla scritta Polizei e la divisa blu, tipica della polizia teutonica. Si guardano intorno, parlano tra di loro e vanno avanti e indietro. Riemergo dal mio dormiveglia e osservo. Sono saliti a Kufstein, in Austria, e mentre il treno trotterella verso il confine austro-tedesco, loro vanno avanti e indietro per i vagoni, alla ricerca.
Alla ricerca di cosa? Di persone, non autorizzate a viaggiare e attraversare i confini. Quante? 17. Così almeno dice il poliziotto che apre la fila e si incammina lungo il corridoio accanto a noi “passeggeri bianchi”, ah no, aspetta, ce n’è uno nero, proprio a fianco a noi. Questo gli era sfuggito. Il poliziotto lo sveglia, anche lui si era assopito come me, durante il viaggio. Gli chiede il documento. Il signore tira fuori un documento e glielo porge. Il giovane poliziotto lo guarda un po’ stupito e dice: «Sprichst du deutsch?»1 e il signore annuisce con la testa. Il poliziotto guarda i suoi colleghi e afferma: «Er hat ein deutsche Pass»2.
Il poliziotto che apre la fila si incammina verso la fine della carrozza, e di seguito sfilano in processione gli “uomini neri”, qualche donna, tre, per l’esattezza, e un bambino. I poliziotti che chiudono la fila dicono di fermarsi un secondo: un ragazzo deve prendere la valigia. Noi rimaniamo seduti. Il bambino gioca con una giocattolo elettronico, una pianola che emette dei suoni diversi, sono gli unici suoni che tagliano il silenzio che avvolge la carrozza 357 del treno Verona-Monaco della Deutsche Bahn.

Arriviamo a Rosenheim. Prima stazione in Germania, anche qui riceviamo una bella accoglienza sul nostro binario, solo sul nostro: ci sono tanti poliziotti che attendono il nostro treno. Il treno si ferma, e la processione scende, i poliziotti che aprono la coda, i 17 eritrei e i poliziotti che chiudono la coda. Un paio di poliziotti attraversano la nostra carrozza, qualche minuto dopo che gli altri sono scesi.
Il nostro vicino di treno, col passaporto tedesco si è riassopito. Uno dei due poliziotti si ferma, lo sveglia e gli chiede il documento, poi ci guarda e chiede se il signore è già stato controllato. Alcuni di noi rispondono dicendo che il signore è già stato controllato e ha un passaporto tedesco. Il poliziotto si ferma per qualche secondo, indeciso se credere o meno a noi passeggeri: osserva il signore che ricambia lo sguardo. «Siete sicuri che è stato controllato?», chiede nuovamente, un secco e collettivo «Sì» lo convince ad andare avanti e non controllare di nuovo il suo documento.

Mi alzo anche io, vado verso l’uscita per prendere un po’ d’aria, almeno così rispondo al poliziotto che mi chiede come mai sono ferma sulla porta del treno ad osservare. Cosa osservo? Sul nostro binario ci sono diversi poliziotti, e tanti ragazzi africani, molti di più rispetto ai 17 eritrei che erano nella mia carrozza. Intanto la stazione si è riempita di polizia, su ogni binario, davanti alle porte delle carrozze del nostro treno, e davanti alle uscite del binario. Il gruppo di eritrei viene fatto sistemare di fronte alla mia carrozza, con diversi poliziotti che li circondano. Si aggiungono altri ragazzi africani che escono dal treno scortati da altri poliziotti. Ci sono soprattutto ragazzi e uomini, qualche bambino. In fondo al binario, di fronte all’ultima carrozza di coda, vedo che fanno scendere una famiglia: ci sono un uomo e una donna e diversi bambini, hanno tantissime valigie; difficile capire il loro paese di origine. Intorno a loro ci sono almeno 5 o 6 poliziotti che controllando diverse carte e documenti.

Il capotreno si mette vicino a me, fuori dalla porta della mia carrozza. Gli chiedo quando riparte il treno, e lui senza guardarmi, risponde: «Quando la polizia ha finito!». I poliziotti davanti a noi parlano al walkie talkie, uno di loro continua a ripetere che li ha contati, è sicuro, sono 17. Discutono tra di loro, non sanno quanti colleghi sono ancora dentro il treno. Decidono di aspettare. Intanto I poliziotti del binario di fronte al nostro contano le persone: 1, 2, 3, 4 …. un poliziotto urla ai colleghi del mio binario: «Io ne conto solo 16!», ma non è possibile, erano 17! Continuano a contare, intanto attendono che i colleghi escano dal treno. Qualche poliziotto li raggiunge con uno o due ragazzi africani, e afferma: «Ci siamo». Bene.

Alcuni dei ragazzi eritrei iniziano a scrivere messaggi al cellulare, o fare diverse telefonate. Il signore con il passaporto tedesco esce dal treno a prendere una boccata d’aria, e due poliziotti si avvicinano chiedendogli il documento. Lui inizia a gesticolare indicando il treno, e capisco che gli sta dicendo che gliel’hanno già controllato. I poliziotti insistono, allora lui tira fuori il documento: passaporto tedesco. I poliziotti aprono il documento, lo guardano, poi guardano il signore, poi riguardano il documento, lo chiudono, e glielo ridanno.
Passano i minuti, e ad un certo punto i poliziotti decidono di portare via le persone dal binario. Come all’interno del vagone, anche in questo caso ad aprire la fila sono un paio di poliziotti, seguono i “passeggeri non graditi” che ormai sono diventati molti di più che 17. Mentre scendono le scale del sottopassaggio, alcuni si fermano e mostrano il loro biglietto del treno a qualche poliziotto, che gli fa cenno di seguire gli altri. Chiudono la fila altri poliziotti. Sul binario rimane solo la famiglia numerosa con tante valigie di fronte al vagone di coda, con la polizia che continua a osservare i documenti e le diverse carte.

Un solo ragazzo africano rimane sul binario, con altri 4 poliziotti. È seduto sulla panchina a testa china, I poliziotti discutono tra di loro, poi gli parlano, lui non sembra rispondere. Sono troppo lontani perché io possa capire cosa si dicono. Ad un certo punto il ragazzo tira fuori un documento dalla tasca, e lo da ai poliziotti. I poliziotti prendono il documento in mano, non riconosco di quale paese sia, sembra un passaporto con la fodera di colore verde. I poliziotti fanno alzare il ragazzo e lo accompagnano verso le scale del sottopassaggio. Passano davanti a me, e un poliziotto parla al walkie talkie dicendo: «Uno ci ha dato il passaporto». Nel mentre vedo il gruppo di oltre 17 eritrei e le persone aggiunte che escono dal sottopassaggio e, scortati dai poliziotti, si dirigono verso l’uscita della stazione dove vedo almeno 4 o 5 camionette della polizia tedesca. A quel punto, sul binario, rimane solo la famiglia con tante valigie sul binario, e i poliziotti che guardano ancora le loro carte. Il capotreno fischia, si riparte.
All’altoparlante il capotreno si scusa per il ritardo, e senza spiegarne le cause dice che saremmo a Monaco tra 20 minuti.

Arriviamo a Monaco, fine corsa del treno. Mentre entriamo nella stazione e affianchiamo il nostro binario di arrivo, mi colpisce non vedere il solito comitato di ben venuto che ci ha accompagnato per tutto il viaggio, in ogni stazione. Scendiamo dal treno, la stazione di Monaco è piena e caotica. Ci incamminiamo verso l’inizio del binario, dove ci dovrebbe aspettare il nostro amico da cui pernottiamo, il giorno dopo si riparte per Berlino.
Ad un certo punto, a metà del binario, ci sono 6-7 poliziotti in riga che bloccano il binario in orizzontale. È possibile passare in mezzo a loro, poiché non sono così tanti da formare una fitta fila che chiude il passaggio. Vedo che hanno bloccato una famiglia: madre, padre, bambina e bambino. Non è facile capire il loro paese d’origine, ma sicuramente sono stati fermati per il colore della pelle più scuro del nostro: biglietto da visita indelebile e indistinguibile, perlomeno su questo treno.

Superiamo il “muro bucato” di poliziotti senza problemi. Il signore col passaporto tedesco viene fermato: tira fuori il documento, passaporto tedesco, «puoi passare». Ci dirigiamo verso la fine del binario, e vedo un altro gruppo di poliziotti che circondano un ragazzo africano con uno zainetto in spalla: probabilmente era riuscito a fuggire ai controlli a Rosenheim, ma non a quelli a Monaco.
In fondo al binario, a destra c’è il nostro amico che ci aspetta, a sinistra un altro gruppo di poliziotti con una ragazza e due bambini, probabilmente eritrei. I poliziotti dicono alla ragazza che non può stare a Monaco, e che deve seguirli.
Li affianca il signore col passaporto tedesco, che viene nuovamente fermato. Si innervosisce, dicendo che i colleghi lo hanno appena controllato qualche metro più in là. Non c’è verso di convincerli, deve tirare fuori il documento: passaporto tedesco, «puoi passare». Lui si allontana verso l’uscita della stazione, circondato dagli altri passeggeri, bianchi e sorridenti, che abbracciano gli amici che li sono venuti a prendere alla stazione.

A Monaco c’è aria di festa e molta allegria, un po’ di polizia in giro per la stazione e qualche ambulanza in caso qualcuno si senta male per il troppo alcool. Diverse persone intorno a me ondeggiano ubriache. Monaco è in festa, la festa di ottobre: la Oktober Fest. Ora ricordo di aver letto sul giornale Der Spiegel dieci giorni fa, che la regione Baviera aveva fortemente fatto pressione affinché il ritrovato spirito umanitario e caritatevole della Cancelliera Angela Merkel non andasse ad intaccare quella che è per loro la più importante, tradizionale, ed economicamente fruttuosa festa regionale. «La stazione deve rimanere pulita durante i giorni della Oktrober Fest», avevano tuonato ad alta voce i bavaresi, che sono stati presto accontentati. Così, ci incamminiamo verso l’uscita, tra i fumi dell’alcool che aleggia nella stazione e l’allegria degli ondeggianti uomini e donne bianchi.

Postilla:

Il giorno dopo ci rechiamo in stazione a Monaco per prendere il treno per Berlino. Arriviamo in anticipo di mezz’ora, c’è il tempo di prendere un po’ d’acqua e qualcosa da mangiare per il viaggio. Mentre faccio la fila per pagare i panini, osservo che sul binario 11, l’ultimo binario laterale destro della stazione, c’è un po’ di movimento. Pago, e mi avvicino per capire cosa succede.

È fermo un treno che arrivava da Rosenheim, la città al confine con l’Austria. All’inizio del binario ci sono diversi poliziotti che bloccano l’uscita. Contro il muro vedo un gruppo di una ventina di persone, difficile capire il paese di origine, ma anche in questo caso l’indistinguibile biglietto da visita del colore della pelle non lascia dubbi. Sono fermi e ammassati contro il muro, circondati da diversi poliziotti. Vedo due giovani ragazzi eritrei che escono dal treno e vanno verso l’uscita del binario, dove vengono fermati dai poliziotti. «Da dove venite?»: Eritrea. Gli vengono chiesti i documenti: non ce li hanno. Anche questi due ragazzi vengono affiancati al gruppo dei 20 contro il muro. Discutono un po’ coi poliziotti, gli fanno vedere i biglietti; i poliziotti rispondono che non possono andare avanti, devono aspettare lì con gli altri.
Sul binario 11, lontano dall’uscita, ci sono due ragazzi africani che rimangono vicini alle carrozze del treno e parlano al cellulare. Non sembrano intenzionati ad avviarsi verso l’uscita del binario, quindi due poliziotti decidono di facilitargli il percorso. Si avvicinano a loro, a metà del binario, e gli chiedono i documenti: dopo qualche minuto di discussione, i poliziotti li invitano ad unirsi al gruppo delle 20 persone già fermate all’inizio del binario.

È sabato 3 ottobre, giorno dell’unificazione della Germania, c’è festa nazionale in tutto il paese, oltre ad essere l’ultimo week end della magnifica Oktober Fest. Prendiamo il treno per Berlino, e arriviamo tranquillamente nella capitale tedesca alle 19:30 di sera.

1 «Parli tedesco?»
2 «Lui ha un passaporto tedesco»

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