Il disciplinamento dei corpi e la risignificazione identitaria nei centri di accoglienza

#escapes2020 online – 26 giugno 2020
Il governo della migrazione e dell’asilo
Resistenza e azione in tempi di ambivalenza e incertezze

Stringa n. 4. Trovare e fare accoglienza nell’Europa dei sovranismi


Il disciplinamento dei corpi e la risignificazione identitaria nei centri di accoglienza

Veronica Leccese, antropologa, mediatrice culturale

Le riflessioni qui riportate sono in parte il risultato di un’esperienza etnografica durata oltre due anni durante la quale ho lavorato come operatrice dell’accoglienza in un CAS (centro di accoglienza straordinario) per soli uomini. L’approccio ai discorsi sui migranti deve tenere in considerazione il tempo trascorso all’interno dei centri di accoglienza, considerati come degli organismi che si nutrono di questi corpi, li digeriscono per poi renderli assimilabili alla società o produrne scarti. In questi centri che, rimanendo ai margini, hanno il compito di sorvegliare e nascondere questi corpi indesiderati affinché vengano prima di tutto regolarizzati, il disciplinamento sui corpi viene esercitato da un sistema che si occupa di processare le identità dei migranti affinché da rifugiati diventino cittadini1.

In questi spazi la regolamentazione del corpo sociale2 avviene attraverso una disciplina dei corpi individuali che adotta strategie più o meno esplicite per produrre corpi e menti docili. Il corpo politico del migrante è quindi sottoposto ad una sorveglianza e ad un controllo in relazione al suo ruolo nel paese ospitante e nel processo che vede cambiare il suo status. È un processo che spesso prevede tappe fisse da rispettare (preparazione della storia per la commissione – ottenimento dei documenti – conseguimento del diploma di terza media – conclusione di un percorso formativo – tirocinio – uscita dal progetto o inserimento in un SIPROIMI) e comportamenti consigliati (fare volontariato, partecipare alle attività proposte ecc.) e che testimonia un incredibile cambiamento dal momento dell’arrivo nel centro d’accoglienza fino a quello di uscita. Al momento dell’arrivo, infatti, il migrante viene “inghiottito” dal sistema dell’accoglienza che esercita un biopotere3 sui corpi considerati dapprima disarmonici perché malati, sporchi, stanchi, neri, e che vengono vagliati tramite visite sanitarie sommarie non appena sbarcati. Il controllo esercitato sui corpi si sviluppa poi in una fase “digestiva” che copre tutto il periodo dell’accoglienza, durante il quale l’individuo viene sottoposto alla regolamentazione e alla disciplina tramite un percorso prestabilito. In questa fase non solo viene insegnata la lingua, ma si procede con l’incorporazione delle leggi morali e si educa il corpo eliminando il più possibile i segni della diversità, fintanto che l’individuo non risulta integrato, perché lavora e ha rinunciato ad alcune cose (rimodulando ad esempio il proprio rapporto con la religione): un corpo “altro” che viene tollerato dall’organismo dell’accoglienza fino a quando non porta scompensi. Per tutti coloro che non rispettano le tappe (imparare la lingua, trovare un lavoro, ottenere i documenti) si apre uno scenario differente, fatto di sospensioni (per esempio con proroghe nei centri), di rigetti (nei centri di espulsione) o di abbandoni (ad esempio in seguito al Decreto sicurezza e immigrazione del 2018 chi ha ottenuto i documenti per ragioni umanitarie non ha diritto di proseguire il proprio percorso nei progetti SIPROIMI).

Durante questo processo avviene un’importante risignificazione identitaria che obbliga il migrante a ripensare al proprio ruolo basandosi soprattutto sulla storia che sceglierà di raccontare alla Commissione Territoriale, decidendo su quali presupposti far dialogare e negoziare (Hall, 2006) questa “nuova identità”. Risulta altresì arbitrario pensare che questo processo di “assimilazione” venga vissuto in modo passivo dai soggetti i quali, al contrario, esercitano un’agency e mettono in campo la propria creatività4 adottando piccole e grandi strategie. Sicuramente il risultato, ovvero quello che viene “risputato” dopo questa fase “digestiva”, è un corpo docile, governato, e una mente domata in seguito ad un processo di “sbiancamento”, al di là dei risvolti individuali. I codici e gli schemi sociali coi quali vengono nutriti questi corpi durante l’accoglienza esercitano una disciplina che risponde ai bisogni del potere sociale e politico in un tentativo di assimilazione che spesso mal comunica con i reali bisogni e desideri di quei corpi che, in molti casi, continuano a rimanere ai margini.

Ma è in questi margini che vengono esercitate le forme più complesse di adattamento (e di resistenza) al nuovo contesto. Ed è in questi margini che Abou, un ragazzo ivoriano ospite del Cas dove lavoravo, dopo ben due anni mi confessa che il suo vero nome era Abdoulaye, ma che per venire incontro alla nota difficoltà degli italiani di pronunciare e scrivere nomi così complessi, decide di abbreviare il suo nome in Abou (e di scriverlo sulla carta d’identità), nome con il quale iniziare la sua nuova vita in Europa.

Note:
1. Vista l’esperienza con giovani uomini stranieri declino volontariamente al maschile la riflessione qui proposta. Nonostante valga ugualmente il processo di sorveglianza ai quali sono sottoposti i corpi delle donne migranti nei centri di accoglienza, ritengo sia necessario sottolineare come sia maggiormente complesso parlare di controllo sul corpo femminile, al quale viene proposto un concetto di corpo sano che è diverso rispetto a quello maschile e che, necessariamente, porta ad altri risultati in termini di risignificazione identitaria.
2. Si fa riferimento alla relazione tra corpo individuale, sociale e politico proposta da Lock e Scheper-Hughes. Per approfondimenti rimando al manuale di antropologia medica a cura di Ivo Quaranta, Antropologia medica. I testi fondamentali, Milano, Cortina ed., 2006.
3. Foucault M., La volontà di sapere. Storia della sessualità, Milano, tr. It. Feltrinelli, 1978.
4. Favole A., Oceania. Isole di creatività culturale, Roma, Laterza, 2010.

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Per citare questo articolo:
Leccese, Veronica. “Il disciplinamento dei corpi e la risignificazione identitaria nei centri di accoglienza”, in Escapes – Laboratorio di studi critici sulle migrazioni forzate VI Conferenza nazionale – edizione on line 26 giugno 2020, http://www.escapes.unimi.it/escapes/il-disciplinamento-dei-corpi-e-la-risignificazione-identitaria-nei-centri-di-accoglienza/, consultato il GG/MM/AAAA

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