#escapes2021 – panel 2

#escapes2021 International Online Conference

Mediterranean Crossings:
Refusal and Resistance in Uncertain Times

University of Milan, 24 – 26 June 2021


2011-2021: dieci anni di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati in Italia

Convenors: Davide Biffi (Università degli Studi di Milano-Bicocca, Escapes), Emanuela Dal Zotto (Università degli Studi di Pavia, Escapes)

Call for papers

Centri d’italia: la retorica dell’emergenza e il sistema di accoglienza in crisi

Fabrizio Coresi (ActionAid migration expert), Cristiano Maugeri (ActionAid programme developer)

Italia ed Unione Europea sono in sintonia nell’ “ignorare tanto impunemente che sistematicamente” – parafrasando Catherine Woollard (ECRE) – non solo i diritti delle persone migranti, ma anche studi capaci di illuminare politiche efficaci e fenomeni sottesi, strutturali e di natura complessa. Il lavoro di ActionAid sul sistema di accoglienza dimostra come questo sia un caso emblematico: anche in occasione dell’ultima riforma (D.L. 130/2020), un dibattito così importante è stato (ed è) basato non su dati verificabili e misurabili, ma su posizioni ideologiche. La risultante è l’uso estensivo della retorica dell’emergenza con la logica conseguenza di derubricare le migrazioni a problema di ordine pubblico da gestire. Un carattere eccezionale ed emergenziale che trova il suo corrispettivo nella mancata volontà di incentivare la microaccoglienza diffusa e integrata, e in un sistema di accoglienza straordinario divenuto di fatto il principale. Nel periodo 2014/2020 – come evidenziato nella serie Centri d’Italia che si intende presentare – il ricorso all’accoglienza straordinaria ha rappresentato la norma, nonostante studi indipendenti e commissione di inchiesta parlamentare sul sistema di accoglienza siano stati concordi nel definire i Cas “una spina nel fianco” (audizione del 13.10.2015, Domenico Manzione, al tempo Sottosegretario di Stato del Ministero dell’Interno). Nonostante non vada dimenticato il costo umano del deplorevole accordo con la Libia, negli ultimi anni, con un numero di presenze drasticamente ridotte, si sarebbe potuto consolidare il circuito a titolarità pubblica e farne davvero quello principale. Purtroppo, le cose sono andate in direzione inversa. Non solo con l’approvazione del decreto sicurezza da parte del governo Conte I, che ha di fatto determinato un’emergenza che diceva di voler combattere, e contribuito a contrarre significativamente i diritti delle persone migranti; ma anche dal governo Conte II che ha lasciato trascorrere un anno prima di rivedere la disciplina dell’accoglienza, pervenendo peraltro ad un assetto che presenta ancora criticità. Se da una parte, dunque, nella storia del sistema di accoglienza italiano (ormai più che ventennale) il ricorso a misure straordinarie e ad una gestione emergenziale è divenuto la regola, dall’altra, il denominatore comune è rappresentato dalla carenza di informazioni e dall’opacità del circuito straordinario. Un dibattito informato è necessario non solo per gli aspetti legati alla trasparenza della gestione da parte della pubblica amministrazione, ma anche per evitare speculazioni sulle spalle dei migranti e strumentalizzazioni che viviamo da troppo tempo. Norme e politiche volte alla contrazione dei diritti dei migranti (dal “muro di norme” della legge Minniti Orlando al decreto sicurezza dell’ex ministro Salvini, per nominare solo due degli ultimi pilastri della criminalizzazione delle dinamiche migratorie) hanno costituito un elemento per disciplinare anche le comunità accoglienti. ActionAid e openpolis hanno condotto negli anni un percorso di analisi inedito, impegnandosi a fare luce sul sistema di accoglienza a partire dai dati oggettivi, quelli amministrativi. Per farlo, in assenza di trasparenza, siamo stati costretti a continui accessi agli atti, ai quali spesso è necessario far seguire procedura di riesame, ricorso al TAR e persino al Consiglio di Stato.

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Dieci anni di accoglienza in emergenza. Prospettive dalla Sicilia

Elio Tozzi (Borderline Sicilia), Emilio Caja (Borderline Sicilia)

Essere presenti, osservare ed ascoltare i diretti interessati grazie all’instancabile impegno dei tanti volontari: è questo l’obiettivo che l’Associazione ha perseguito e continua a perseguire nella sua attività di monitoraggio della migrazione in Sicilia. La rilettura del decennio 2011-2021 attraverso i report pubblicati sul blog siciliamigranti (ora trasformato nel sito borderlinesicilia.it), ci fa ricordare quanto in realtà gli esperti sul tema sanno o dovrebbero saper bene: è cambiato tanto, ma per molti versi non è cambiato nulla. Il sistema di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati in Italia, nonostante una serie di interventi legislativi migliorativi, non ha compiuto quel passo deciso e decisivo verso un’effettiva presa in carico delle persone ed un supporto alla loro autodeterminazione e piena autonomia. La stessa definizione di sistema, agli albori impropria e poi giustificata dalle modifiche introdotte, non ha portato né l’auspicato superamento di un approccio emergenziale né raggiunto adeguati standard qualitativi in termini di condizioni materiali di accoglienza.

È chiaro che tali affermazioni potrebbero apparire forzate o ancor peggio viziate da pregiudizi sul tema e ci preme fugare ogni dubbio in merito perché è proprio su pregiudizi, tabù e zone grigie che si è fondato il più redditizio quanto mistificatore utilizzo del tema immigrazione per fini evidentemente politici ed economici. Dal 2008 il punto di osservazione dell’Associazione, che monitora gli arrivi via mare, l’accoglienza e le prassi messe in atto dagli attori istituzionali e privati, è la Sicilia. L’isola negli anni ha svolto la funzione di laboratorio delle politiche migratorie attuate a livello italiano ed europeo, dove sperimentare le procedure di frontiera dell’Unione e le prassi di accoglienza e detenzione dei migranti.

Per questo particolare ruolo, la storia del sistema di accoglienza in Sicilia – che in questi 10 anni abbiamo cercato di raccontare – riporta dei tratti distinti dalle altre regioni italiane. Dal 2011 ad oggi, si sono succedute fasi con diversi gradi di intensità degli arrivi via mare, ed ogni fase più acuta – nonostante si stia parlando di un fenomeno ormai strutturale – ha impattato sul sistema di accoglienza accentuandone sempre il carattere emergenziale e straordinario nelle più diverse forme. L’ultima, nell’attuale crisi sanitaria ancora in corso, è costituita dall’utilizzo di navi per la quarantena dei migranti soccorsi in mare e da centri Covid per la quarantena sparsi per l’isola e di cui è difficile avere contezza a causa della poca trasparenza istituzionale. I monitoraggi dell’Associazione tengono traccia di questi cambiamenti e di quest’ultima, convulsa fase, offrendosi come strumento di indagine e di informazione per orientarsi in un panorama ormai sempre più pieno di ombre, di silenzi e distanze. È dunque a partire da questi che proveremo a raccontare gli ultimi dieci anni di accoglienza in Sicilia.

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L’accoglienza tra dinamismo delle norme, responsabilità degli operatori, coinvolgimento della comunità: riflessioni a partire dal caso di studio Wonderful World (Parma)

Ilaria Capuzzimati (University of Parma, Ciac onlus), Chiara Marchetti (Ciac onlus), Vincenza Pellegrino (University of Parma)

Nel più ampio discorso su una “accoglienza diffusa” – contrapposta alla “forma campo” come filosofia politica e come realtà organizzativa attraverso dispositivi organizzativi centrati sulle occasioni di incontro, pratiche emancipanti e non segregative dei rifugiati e richiedenti asilo, relazioni interculturali intese come possibilità di comprensione, sviluppo culturale e benessere per l’intera comunità – l’esperienza della casa di accoglienza Wonderful World si pone come caso di studio a nostro avviso interessante.

Nata a Parma nel 2019 su iniziativa di Ciac Onlus per dare protezione e tutela legale alle persone escluse dal sistema nazionale di accoglienza per effetto del Decreto Immigrazione e Sicurezza n.113/2018 (convertito in Legge 132/2018), la casa si rappresenta come luogo di sperimentazione bottom-up, risultato cioè della scelta di operatori, volontari e attivisti di reagire a politiche pubbliche che producono attivamente marginalità (che espellono numeri crescenti di richiedenti asilo in molto casi già entrati in contatto con le istituzioni, in una dinamica di accoglienza frammentaria e di abbandono reiterato). L’attivazione in questa direzione ha visto il coinvolgimento di persone critiche rispetto al decreto già citato e che, fin da subito, hanno preso parte al progetto costituendo il gruppo di volontari che partecipa alla vita quotidiana della casa e degli accolti. La natura “partecipativa” di Wonderful World apre la possibilità di sperimentare forme di accoglienza intesa come esperienza quotidiana di cittadinanza, aperte, ibride (poste tra pratiche di solidarietà e autoformazione, tra il formale e l’informale, tra la presa in carico specialistica e quella collettiva), che possono rappresentare una risorsa anche per i cittadini, perché acquisiscano visioni e competenze rispetto al sistema-mondo nel quale vivono.

La nostra analisi parte dalla disamina dei primi risultati della ricerca-azione partecipata condotta da Ciac onlus in collaborazione con l’Università degli Studi di Parma, finalizzata alla valutazione qualitativa e alla riprogettazione della casa Wonderful World e centrata su interviste semi-strutturate a operatori, migranti, volontari coinvolti nelle attività della casa e finalizzate a ripensarne collettivamente la futura evoluzione (alle interviste segue una fase centrata sulle metodologie del focus group e del future lab). Cercheremo così di rispondere ad alcune questioni a nostro avviso centrali:

  • quanto margine e autonomia hanno gli operatori nel pensare a nuove forme di accoglienza che si collocano in una dimensione intermedia tra formale e informale?
  • chi coinvolgere in questi processi per realizzare forme di sussidiarietà e reti sociali protettive, quali gruppi sociali, come intendere la co-abitazione, come allargare le reti?
  • come configurare lo spazio, nella tensione tra apertura e protezione, incontro e garanzia, e quale ruolo dare agli ospiti nelle dinamiche di organizzazione dello spazio?
  • quali profili accogliere, considerando il continuo cambiamento delle condizioni legislative che ora permettono l’accesso al SAI a persone che ne erano precedentemente escluse, ma che comunque creano condizioni di ‘sospensione’?
  • quali forme di sostenibilità economica prevedere in assenza di finanziamenti pubblici?

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Le tre stagioni della solidarietà: evoluzioni e transizioni nell’azione volontaria a favore dei migranti vulnerabili

Paola Bonizzoni (University of Milan)

Il paper – basato su una ricerca ancora in corso che ha sinora previsto la conduzione di 63 interviste a volontari e professionisti impegnati nel mondo dell’accoglienza – analizza in un’ottica diacronica il ruolo giocato dai volontari nel fornire supporto a migranti «vulnerabili» (con particolare riferimento a rifugiati e richiedenti asilo, MSNA, senza fissa dimora), evidenziando alcuni punti di svolta che, negli ultimi anni, hanno contribuito a ridefinirne le logiche e le opportunità d’azione.

In una prima fase, la “spinta morale” ad intervenire nei confronti dei migranti vulnerabili da parte di un numero crescente di volontari (sia attivi presso organizzazioni che cittadini comuni) è stata fortemente sollecitata dalla crescente visibilità di un bisogno lasciato “scoperto” dalle autorità pubbliche. Questa “ondata di partecipazione” ha spesso coinvolto volontari senza precedente esperienza nel campo e portato alla nascita di nuove organizzazioni (oltre che alla ridefinizione del raggio d’azione di organizzazioni pre-esistenti). Le attività erano tipicamente centrate sulla temporanea assistenza alle persone in transito, spesso in spazi “liminali” (quali ad esempio insediamenti informali, stazioni e piazze…). L’azione di supporto messa in campo dalla cittadinanza (più o meno organizzata) ha diversamente sollecitato l’azione degli attori pubblici, innescando forme di controllo e (talvolta) criminalizzazione, ma anche opportunità di co-optazione e di valorizzazione dell’azione civica.

In una seconda fase, la crescente istituzionalizzazione del sistema d’accoglienza (e la crescita nel numero di richiedenti asilo) ha generato un nuovo sistema di vincoli ed opportunità per l’azione volontaria. Mentre le forme di supporto si differenziavano, orientandosi verso una logica di integrazione di medio-lungo termine, il volontariato ha trovato spazio sia all’interno dei circuiti ufficiali dell’accoglienza, sia in realtà autonome ed indipendenti che, in una logica di complementarietà e cooperazione, ma anche empowerment, monitoraggio e denuncia, hanno rivelato punti di contatto ma anche di divergenza e tensione tra logiche d’aiuto professionali e non.

In una terza fase, la diminuzione degli arrivi e la significativa contrazione del sistema d’accoglienza – assieme al prolungarsi delle traiettorie biografiche dei migranti, ha ulteriormente sollecitato gli attori della società civile a ripensare il proprio ruolo e la propria funzione. Da un lato, favorendo ed accompagnano transizioni particolarmente “delicate” (dentro e fuori dall’accoglienza, da rifugiato a “migrante economico”, da minore straniero non accompagnato ad “adulto”) e, dall’altro, intervenendo sul terreno sempre più articolato e complesso, della grave marginalità.

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Promuovere percorsi d’integrazione dei rifugiati e richiedenti asilo in tempi di politiche restrittive: le pratiche della società civile in tre città del Nord Italia

Iraklis Dimitriadis (University of Milan)

La società civile si è dimostrata molto attiva nella governance dell’immigrazione e dell’asilo a livello locale. Questo articolo si propone di esplorare il modo in cui gli enti gestori di strutture di accoglienza da un lato, e altri soggetti della società civile (associazioni di volontariato, istituzioni religiose) dall’altro, affrontano gli effetti delle politiche restrittive dell’asilo imposti dal Decreto Sicurezza (legge n.132/2018) sui percorsi di integrazione dei rifugiati e richiedenti asilo. L’articolo analizza la dimensione orizzontale della governance, ossia all’interazione tra attori pubblici e attori della società civile a livello locale.

Lo studio è parte di una più ampia ricerca condotta nell’ambito del progetto H2020 MAGYC ‘Migration Governance and Asylum Crisis’ e si basa su 44 interviste in profondità con vari attori della società civile (direttori di strutture di accoglienza, professionisti presso strutture di accoglienza e centri di formazione, rappresentanti di associazioni di volontariato, sindacati e istituzioni religiose, volontari) attivi nelle città di Milano, Como e Busto Arsizio, condotte tra maggio 2019 e maggio 2021. Tali materiali sono stati integrati con alcuni momenti di osservazione partecipante presso uno sportello di assistenza per migranti e in una struttura informale di accoglienza. I risultati preliminari di questa analisi indicano che, in ragione della limitazione dei finanziamenti, diversi enti gestori di CAS sono stati costretti a interrompere l’erogazione dei servizi verso richiedenti asilo, mentre altri hanno dovuto abbassare la loro qualità. Alcuni di loro sono però riusciti a continuare a fornire servizi di accoglienza grazie all’impiego di diverse strategie. In primo luogo, hanno evitato il taglio di fondi destinati alle strutture CAS negando di partecipare ai nuovi bandi di gara per l’affidamento dei servizi di accoglienza, che proponevano riduzioni sostanziali nelle retribuzioni diurne ad personam. Questa strategia ha assunto talvolta caratteristiche collettive, grazie alla creazione di reti informali a livello locale fra enti gestori, e ha costretto le prefetture a rinnovare gli accordi con l’ente gestore, mantenendo le condizioni finanziarie precedenti alla nuova normativa. In secondo luogo, a margine di un atteggiamento potenzialmente conflittuale, la società civile ha cercato di rafforzare la collaborazione con le prefetture aprendo nuovi spazi di dialogo che hanno consentito di individuare soluzioni capaci di aggirare le restrizioni legislative in alcuni casi. In terzo luogo, gli enti gestori si sono maggiormente concentrati sul reperimento di fondi esterni partecipando a bandi a livello europeo/nazionale/regionale. Altre realtà della società civile – alcune di cui prima informali che hanno assunto uno statuto formale in modo da poter partecipare a tali bandi – hanno deciso di dedicare più risorse nella progettazione e nella raccolta di finanziamenti. In questo scenario, la collaborazione fra diversi attori della società civile si è dimostrata indispensabile per la promozione di progetti di integrazione per i beneficiari.

Lo studio rileva inoltre una differenza nelle percezioni degli attori rispetto al sostegno ricevuto a livello istituzionale: se nel caso di Milano emerge l’importanza di essere supportati dalle autorità locali, nei casi di Como e Busto Arsizio si evidenzia la complessità di operare in città in cui i comuni sono assenti (talvolta ostili). Da ultimo l’articolo prova a fare qualche riflessione sugli effetti dell’attuale pandemia nel mondo dell’accoglienza e sui primi esiti del decreto Lamorgese.

Licenza Creative CommonsQuesto testo è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia

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