#escapes2018 – abstract tema III

Foto di Giulio Piscitelli 2017

V Conferenza Escapes – #escapes2018

RAGION DI STATO, RAGIONI UMANITARIE
Genealogie e prospettive del sistema d’asilo

Milano, Università degli Studi, 28 e 29 Giugno 2018

Tema III – Mobilità, controllo, e confini interni

Coordinamento: Elena Fontanari (Università Milano), Lucia Gennari (ASGI), Carlo Caprioglio (Università Roma Tre), Francesco Ferri (ASGI)

Giovedì 28 Giugno 2018

14 – 16.15 Aula Pio XII, Via S. Antonio 5

Controllo della mobilità: strutture, luoghi e pratiche di transito

Coordinano: Elena Fontanari, Lucia Gennari, Carlo Caprioglio, Francesco Ferri
Discussant: Federico Rahola (Università degli Studi di Genova)

Arianna Jacqmin (Università degli Studi di Milano)
Il “gioco di Como”: dentro e fuori dal Campo

La città di Como, come altri luoghi frontalieri italiani, ha conosciuto il fenomeno migratorio solo negli ultimi due anni, ma in modo “improvviso” e intenso.
La sua storia è quella di alcuni migranti, intenzionati a superare la frontiera, che si stanziano nel parco cittadino; qualcuno riesce a superare il confine, altri vengono respinti, altri addirittura trasferiti a Taranto; l’afflusso cresce rapidamente e i controlli si irrigidiscono di conseguenza; i numeri aumentano, le condizioni di vita peggiorano, e la tolleranza nei confronti di una situazione percepita alternativamente come invasione o emergenza diminuisce. Nei mesi successivi, soluzioni repressive si alternano, o si combinano, ad altre “umanitarie”. Tra queste, l’istituzione del “Centro di accoglienza temporanea”, gestito da Croce Rossa Italiana, dove ho condotto una ricerca etnografica tra novembre 2016 e ottobre 2017.

Il presente contribuito propone di guardare a questo Campo come dispositivo di “governo umanitario”, in una duplice funzione: quella di sorvegliante delle esistenze migranti al suo interno, e quella di filtro delle stesse in entrata e uscita.

Nel primo significato, il Campo si pone come strumento di controllo di chi vi è ammesso: ne regola l’accesso, l’utilizzo delle risorse, l’uso degli spazi e del tempo. L’offerta di servizi di base, fortemente centralizzata ed eterodiretta, si struttura in un rapporto ambivalente tra “care, cure, and control” (Agier 2005: 2), che incrina i propositi umanitari di questo luogo.

Sull’altro fronte, il Campo alternativamente attira, accoglie, “intrappola”, o addirittura respinge, i soggetti migranti. Offre occasione di inserimento sociale e giuridico per alcuni, mentre ostacola l’avanzamento del percorso di altri. Questo processo di ammissione ed espulsione si ispira a un principio di “vulnerabilità”, dai contorni molto elastici né pienamente svincolati da disposizioni istituzionali esterne e da contingenze economiche, amministrative e personali.

Tutte queste condizioni influiscono concretamente nella selezione tra chi resta – nel Campo, nel Comasco o in Italia – e chi no. La dicitura “stranieri temporaneamente presenti”, individuata dal documento istitutivo, si riempie così di contenuto.
Il Campo, anche d’ispirazione umanitaria, rappresenta una delle tante “caselle” del “gioco migratorio” che determinano l’avanzamento, il fermo, o l’arretramento lungo il percorso.

Torna su

Marta Menghi (DISFOR Università di Genova) e Ivan Bonnin (Università di Roma Tre)
Ventimiglia città-frontiera: la produzione conflittuale dello spazio tra potere confinario e autonomia delle migrazioni

Ventimiglia, “città-frontiera”, rappresenta un luogo privilegiato per osservare l’attuale processo di ridefinizione degli assetti del regime frontaliero europeo; laddove l’implementazione del cosiddetto modello hotspot da un lato trasforma le frontiere esterne in siti di filtraggio e selezione della mobilità, e dall’altro traduce le frontiere interne in checkpoints e luoghi di perturbazione degli itinerari autonomi dei soggetti (Garelli, Tazzioli 2018), agendo come una tecnologia complementare
di ottimizzazione di un modello flessibile di gestione della mobilità. Recuperando l’idea levfebriana di spazio produttivo (Levfebre 1974, Soja 1996) questo intervento mira ad approfondire gli effetti che i processi di securitizzazione, le pratiche di controllo ed i dispositivi di illegalizzazione hanno generato nelle dinamiche di spazializzazione dei soggetti. Tracciando un filo rosso tra i campi informali ed istituzionali sorti sul territorio nell’arco temporale che dalla lunga estate delle migrazioni del 2015 arriva fino ad oggi (il “Presidio No Border” dei Balzi Rossi, il centro d’accoglienza della Croce Rossa in stazione, il Parco Roja, la Chiesa delle Gianchette, gli accampamenti sulle rive del Roja, la tendopoli sotto al ponte) si offrirà una cartografia del rapporto mai definitivamente stabilizzato tra l’autonomia dei soggetti in transito e l’esercizio del potere confinario.

Attraverso la chiave etnografica, si rintracceranno poi gli effetti di un’economia del contenimento al di là della detenzione, il cui obiettivo principale sembra quello di controllare, rallentare ed incanalare implicitamente i movimenti autonomi dei soggetti. Se da un lato la “scandalosa” e “turbolenta” presenza migrante viene governata strategicamente con lo scopo di prevenire e/o limitare il conflitto con flussi di altra natura (come il commercio o il turismo), dall’altro la cosiddetta “strategia della decompressione”, (ovvero il meccanismo dei trasferimenti forzati da Ventimiglia verso Taranto o Crotone) serve ad alleggerire la città del “peso” della presenza migrante. La geografia urbana che ne consegue risulta dunque striata e in costante mutamento e corrisponde all’aviluppata molteplicità dei processi di territorializzazione dei diversi flussi, i cui esiti sono sempre la posta in palio di lotte di potere per l’uso dei luoghi tra attori portatori di interessi divergenti.

Torna su

Michela Semprebon (Università IUAV-Venezia), Federica Dalla Pria (Fondazione Alexander Langer progetto Antenne Migranti), Serena Caroselli (Università degli Studi di Genova)
Confini mobili e (s)confinamenti sulla rotta del Brennero

Questo intervento analizza le politiche e le pratiche di transito e accoglienza lungo la rotta del Brennero, i loro effetti sulle traiettorie di vita dei migranti in seguito alla creazione di nuove e mutevoli frontiere interne, e il proliferare di nuove forme di contenimento (Mezzadra, Nielson, 2013; Mezzadra et. al., 2016) come effetto delle politiche nazionali e locali. Ciò avviene attraverso l’inasprimento delle regole di accoglienza e un rigido sistema di controllo alle frontiere (Cutitta 2014; De Genova 2016; Fontanari 2017), con la sovrapposizione dei regimi securitario e umanitario, che contribuiscono alla costruzione di uno stato di perenne transitorietà per i migranti forzati (Malkki 1996, Van Aken 2008, Fassin 2008, Pinelli 2017). Questo si manifesta con forza nella città di Bolzano, con la circolare provinciale detta “Critelli”, ma anche nella città di Trento e di Verona, attraverso pratiche diversificate di accesso all’accoglienza e di burocratizzazione della vita dei migranti (in transito o forzatamente stanziali) come conseguenza della logica securitaria volta a garantire l’asimmetria del confine (Nuzzo, 2017).

In questo contesto, una logica (ancora prevalente) di gestione emergenziale dei flussi e dell’accoglienza, giustifica la riproduzione di pratiche di confinamento e violazioni normative, attraverso il protrarsi delle procedure burocratiche inerenti la richiesta di asilo e protezione internazionale nelle questure, il mancato accesso alla registrazione anagrafica, l’esclusione dal sistema di accoglienza per specifiche categorie di migranti “fuori quota ministeriale” e l’implementazione di controlli transfrontalieri. Le conseguenze di questo “abbandono istituzionale” (Agier 2005) si esprimono in forme di controllo quotidiano e nella vulnerabilizzazione delle persone richiedenti protezione internazionale (Augusti; Morone; Pifferi; 2017), con esiti differenziati per le diverse tipologie di migranti: MSNA, donne, nuclei familiari, uomini soli, ecc. Questo contributo si focalizzerà su alcuni processi di normalizzazione della violenza istituzionale attraverso forme paradossali di sospensione del diritto. Un’attenzione particolare verrà dedicata agli esiti complessi riguardanti le donne respinte nella città di Bolzano e temporaneamente collocate in città, in soluzioni di forte precarietà, per mostrare come la doppia dimensione del tempo istituzionale ed esistenziale si muova tra pratiche di assoggettamento e processi trasformativi di soggettivazione nei luoghi del presente quotidiano.

Torna su

Umek Dragan (Università di Trieste)
L’arcipelago dei campi profughi in Serbia: annotazioni e riflessioni da una ricerca sul campo

Questo proposal vuole ragionare sulla gestione della “crisi dei rifugiati” lungo la rotta balcanica da parte delle autorità serbe, evidenziando come – ad eccezione dei drammatici mesi della seconda parte del 2015, quando oltre 800.000 rifugiati hanno attraversato (in gran parte senza opposizione) l’intera regione per raggiungere i Paesi dell’Europa settentrionale – la presenza di rifugiati in Serbia e la relativa mobilità sono stati in qualche modo “normalizzati”.

Dalle ricerche sul campo, emerge come la Serbia da tempo sia impegnata a fornire sostegno umanitario ai rifugiati che percorrono la rotta informale dei Balcani e la loro presenza non è da considerarsi contingente ad un momento critico ma piuttosto costitutiva delle mutate geografie europee delle migrazioni irregolari.
La “crisi dei rifugiati” ha permesso alla Serbia di porsi in una nuova prospettiva geopolitica a livello internazionale, certamente migliore rispetto ad alcuni dei paesi confinanti, grazie soprattutto al sostegno umanitario (relativamente incondizionato) che guida sin dall’inizio ha guidato la sua politica dell’accoglienza.
Inoltre, nel corso degli anni, si è visto come la presenza dei rifugiati e la relativa rete di campi istituzionali abbiano avuto significativi riflessi su alcune economie locali, supportate dai flussi di finanziamento garantiti dall’Unione Europea per la gestione di tale emergenza. Nel consegue che il ruolo della Serbia nelle strategie europee di gestione dei rifugiati sta assumendo un’importanza sempre maggiore in funzione della sua integrazione nelle più vaste geografie economiche e politiche del continente.

In questa occasione si intende presentare gli sviluppi di una ricerca sul campo fatta sul territorio serbo tra ottobre 2015 e maggio 2018 in cui sono state prese in esame varie questioni tra le quali i centri di accoglienza istituzionali, i campi spontanei, le dinamiche dei flussi, il lavoro dei volontari e delle ONG, il sistema di controllo e di polizia delle autorità serbe, la gestione dei confini, le nuove rotte, l’economia grigia e la speculazione che gravita attorno al fenomeno migratorio.

Torna su

16.45 – 19 Aula Pio XII, Via S. Antonio 5

Nuove frontiere: dispositivi di controllo nei territori e sulle vite di migranti e rifugiati

Coordinano: Lucia Gennari, Carlo Caprioglio, Elena Fontanari

Maurizio Artero (Gran Sasso Science Institute)
Confini interni e ostacoli amministrativi al godimento del diritto d’asilo a Milano

Dopo quella che è stata definita, nel 2015, la ‘summer of migration’ in Europa si è assistito al tentativo di ristabilire l’apparato di controllo dell’immigrazione, in un processo che ha riguardato in particolare l’Italia, tramite misure quali l’apertura di centri hotspot. Queste misure non si concentrano però solo ai confini nazionali ma sempre più estendono i confini al di fuori e all’interno dello stato nazionale, per esempio attraverso un sempre maggiore potere di controllo da parte delle autorità locali: tra queste misure, anche quelle che riguardano ostacoli amministrativo/burocratici riguardo al godimento del diritto d’asilo.

La presentazione ha come obiettivo proprio mostrare questi ostacoli amministrativi come rilevato a livello locale, a Milano, nella seconda metà del 2017, non solo cercando di capire motivi e fondamenti ma anche l’effetto sulle vite dei destinatari.
La ricerca è frutto di uno studio qualitativo che si è sviluppato nel corso di quattro mesi, prima allo sportello legale del Naga-har, un centro diurno per migranti forzati, poi tramite interviste con nove operatori di sei sportelli legali diversi che insistono sul territorio di Milano e infine con l’incontro con coloro che a questi si sono rivolti e la raccolta delle loro storie.

Attraverso tale ricerca è così stato possibile riconoscere come questi ostacoli presentino caratteri diversi da quelli messi in luce dai lavori che si concentrano sul concetto di eccezione. Sono prassi amministrative che avvengono all’interno della Questura, esempi di violenza strutturale, parte integrante del governo locale della popolazione dei migranti. Gli effetti, violenti, sui migranti destinatari di queste prassi, inoltre, sono profondi e vanno a definire negativamente l’esperienza di migrante forzato a Milano, aumentando incertezza e precarietà di questi soggetti.

Torna su

Ignazia Bartholini (Università di Palermo)
Gestione delle frontiere e disconoscimento della violenza di prossimità

Negli ultimi due decenni, il settore della gestione delle frontiere e della migrazione è stato caratterizzato dal prevalere di discorsi relativi alle pratiche di controllo su discorsi di tipo umanitario (Walters 2011; Fassin 2010). Proprio il tentativo crescente di rafforzare i controlli, al fine di impedire gli sbarchi clandestini da parte delle autorità pubbliche, può avere accresciuto forme di violenza multipla sui migranti, agite non solo durante e all’interno del percorso migratorio parte di altri rifugiati, ma anche da parte di operatori della pubblica sicurezza, impiegati governativi, personale delle agenzie di soccorso (Ferris 2007; Freedman 2015).
Violenze normalizzate – procedurali e prossimali – sono subite non solo da rifugiate/richiedenti asilo, ma anche da rifugiati/richiedenti asilo, minori e persone LGBT, che impediscono loro di considerarsi come titolari di diritti e soggetti di pari dignità e valore.

La ricerca internazionale “Provide” finanziata dalla UE (Justice2016), e ancora in fase di svolgimento, descriverà i primi risultati di un’intervista semi-strutturata condotta ad operatori che lavorano all’interno dell’hotspot di Trapani e di alcuni centri di prima e seconda accoglienza ubicati nella Sicilia occidentale.
La stessa ricerca, ancora in svolgimento, si propone di analizzare il fenomeno della violenza di prossimità nell’ambito delle migrazioni globalizzate e di mettere in luce due bias:

a. la separazione fra il diritto ad essere accolti in quanto rientranti nella categoria degli aventi diritto alla protezione internazionale e la irrilevanza data alla condizione di vittima di violenza di prossimità, intesa come violenza agita da un soggetto prossimo alla vittima che sembra avere titolarità (perché attribuita dalla tradizione, dalla stessa vittima o da condizioni e situazioni contestuali indipendenti dalla vittima) di mettere a rischio l’incolumità fisica e psichica della vittima (Bartholini 2016).

b. la scissione fra i percorsi di integrazione dei rifugiati posti in essere già all’interno dei centri di accoglienza e la difficoltà di attivare processi di accompagnamento nel contrasto della violenza di prossimità e a favore dell’empowerment personale delle/gli ospiti che sono state/i vittime di violenza o che lo sono ancora all’interno degli stessi centri.

Torna su

Vladimir Blaiotta
Rimpatri volontari assistiti: tra governo del ritorno e sviluppo locale. Il caso tunisino

L’implementazione dei rimpatri volontari assistiti (RVA) da parte dei paesi europei, è da considerarsi in espansione. L’incoraggiamento a ricorrere ai RVA, risponde simmetricamente sia a logiche di contenimento delle spese che alla riduzione delle deportazioni considerate degradanti e disumane. Ad oggi comprendono un aiuto economico al rimpatrio che oscilla tra i 2000 e i 4000 euro a seconda delle istituzioni erogatrici e, a beneficiarne, sono migranti che dall’Europa (regolari e irregolari) decidono di ritornare volontariamente nei paesi di provenienza.

Oggi i RVA mirano non solo a un rientro sostenibile della persona, ma cercano di creare le condizioni affinché il rientro abbia un impatto positivo sulle economie locali. I fondi destinati ai RVA infatti, vengono erogati dalle autorità a seconda del rispetto di alcune condizioni quali fattività, innovazione, inserimento nell’economia di scala, risultati attesi in termine di sviluppo economico, benessere apportato alla comunità.

I RVA hanno un duplice effetto sulle comunità che ne beneficiano: ne orientano lo sviluppo, ne dissuadono la nuova migrazione.
Utilizzato come volano tra controllo dei flussi e strumento di cooperazione allo sviluppo, gli RVA creano un nuovo spazio di governamentalità: quello del ritorno.
Le politiche di gestione delle migrazioni infatti, agiscono a seconda di quale sia lo spazio territoriale e giuridico attraversato dai migranti. Corpi da allontanare prima dell’attraversamento delle frontiere, corpi da mettere al sicuro una volta giunti nei pressi delle coste europee, corpi da gestire e disciplinare all’interno di hot-spot e centri di accoglienza e, infine, corpi all’occorrenza da espellere.
Tramite i RVA, i migranti continuano, anche una volta terminato il ciclo migratorio, ad interfacciarsi con le autorità europee le quali, ponendo misure di condizionalità e controllo, ne determinano l’esistenza sia da un punto di vista singolare che collettivo.

Il contributo si pone dunque tre obiettivi: analisi della governance dello spazio di ritorno, analisi dell’impatto sulle comunità in termini di sviluppo e sostenibilità.

Case study il progetto europeo a guida francese (con partecipazione italiana) “LEMMA”, che dal 2014 si occupa dei RVA in Tunisia.

Torna su

Alice Verticelli (Northeastern University, Boston)
Confini Europei e Migrazione. Gli Effetti della Securitizzazione sui Migranti del Mediterraneo Centrale

L’Europa ha affrontato ciò che è stato percepito e narrato come una “crisi dei migranti” senza precedenti, e le sue risposte stanno cambiando gli equilibri regionali, le pratiche umanitarie, e il futuro dell’Unione Europea stessa. Progettazione e implementazione delle politiche migratorie entrano gradualmente nella sfera di responsabilità europea.
Eppure questa evoluzione in direzione sovranazionale non si traduce in pratiche umanitarie, ma in una svolta securitaria che caratterizza le politiche nazionali tanto quanto quelle europee, rappresentate dall’Agenda Europea sulla Migrazione, il sistema “hotspot” e successive direttive e politiche.

Quali sono gli effetti di questi processi sui migranti? Una vasta letterature esplora il decision-making dell’Unione Europea e la recente securitizzazione, tuttavia i micro-effetti di queste dinamiche politiche al confine restano in gran parte inesplorati.
Partendo dagli approcci teorici di costruttivismo sociale e psicologia politica, questo progetto di ricerca si basa su tre fasi di ricerca sul campo, osservazioni, interviste, e focus groups in Italia (principalmente Sicilia) e Belgio.

La ricerca sul campo consiste in una prima fase di interviste a Bruxelles, per esplorare le dinamiche di framing, percezione e costruzione del discorso politico di crisi, con personaggi chiave all’interno della Commissione Europea.
La seconda fase in Italia esplora implementazione, interpretazione, e contestazione delle politiche europee sul territorio e comprende interviste con operatori umanitari e ONG, esperti di Frontex e EASO e altri operatori UE e team leaders sul territorio responsabili dell’implementazione UE e del coordinamento con le autorità nazionali.
La terza fase consiste in interviste e focus groups con migranti (N=100) selezionati in base a data di arrivo al confine (prima o dopo il passaggio di politiche chiave), paese d’origine, sesso, età, ecc. Per cogliere appieno gli effetti della securitizzazione dei confini europei, un campione di migranti è stato selezionato, in questo caso per interviste telefoniche, tra i beneficiari del programma dei corridoi umanitari (migranti che non hanno attraversato il confine via mare).

Ipotizzo che il livello e il tipo di informazione precedente all’arrivo ai confini europei e le prime interazioni con le autorità europee abbiano effetti profondi sulla consapevolezza e sulla percezione dell’Unione Europea da parte dei migranti e sulle loro decisioni su se e come continuare il loro viaggio. Questi risultati hanno potenziali applicazioni per il policy-making europeo riguardo migrazioni e integrazione al di là delle politiche di confine.

Torna su

16.45 – 19 Aula S. Antonio II, Via S. Antonio 5

Al di là del confine?
Società civile, pratiche di solidarietà, soggettività migranti

Coordinano: Francesco Ferri, Caterina Giacometti

Graziella Marturano (Università di Padova)
I richiedenti asilo alla frontiera, tra politiche di destinazione obbligata e desiderio di autodeterminazione

Il diritto d’asilo, come declinato oggi nell’Unione Europea, riproduce una fenomenologia dell’eccesso che risponde a logiche produttive basate sulla marginalizzazione di una porzione di migranti “fuori posto” condannati a non trovare una destinazione, se non la “destinazione obbligata” imposta dal Regolamento di Dublino e dal fallimento degli accordi di relocation.
Tali politiche, unite all’applicazione dell’Hotspot Approach e alla gestione emergenziale dell’accoglienza in Italia, hanno prodotto meccanismi che spinge molti migranti a continuare il loro viaggio oltre il paese di primo approdo, attraversando irregolarmente le frontiere interne dell’Europa.

Il contributo che intendo proporre è frutto di una ricerca empirica1 riguardante le motivazioni che spingerebbero molti richiedenti asilo a preferire situazioni di irregolarità oltre la frontiera italiana e il grado di consapevolezza dei rischi e dei benefici di tale scelta.
Essa è stata condotta sul territorio della frontiera italo-francese a Ventimiglia ed è basata su un periodo di osservazione partecipante condotta all’interno di un gruppo di attivisti (Progetto20k), su interviste semi-strutturate a migranti in transito e su note di campo raccolte durante tale periodo.

Da un lato, l’analisi dei dati raccolti sul campo cerca di mettere in luce come le politiche di controllo della mobilità migrante siano inefficaci nell’ostacolare i percorsi di autodeterminazione dei richiedenti asilo e producano condizioni di irregolarità per quanti si oppongono alla sovradeterminazione del proprio percorso di vita e all’omologazione a categorie prestabilite che possano limitarne l’azione e l’autonomia.

Dall’altro lato, invece, emerge come la consapevolezza del rischio di diventare irregolare non sia affatto un disincentivo per la prosecuzione del viaggio migratorio oltre il paese di primo approdo, ma anzi l’abbandono del percorso di accoglienza rappresenta una forma di resistenza individuale che restituisce autonomia a soggetti ai quali tale percorso impone forme di infantilizzazione, neutralizzazione e spoliticizzazione.

Torna su

Osvaldo Costantini (Fondazione Bruno Kessler)
Il valore della vita e il confine del diritto. Note antropologiche sul governo europeo delle migrazioni

L’estate 2017 segna una nuova fase delle politiche europee sulle migrazioni: gli accordi Italia(Europa)-Libia ridefiniscono fisicamente e simbolicamente il confine (inteso sia come Border che boundary) che separa lo spazio in cui la vita migrante è sacrificabile dallo spazio in cui essa diviene sacra (Fassin 2017), e quello tra noi e loro.
Al contempo, le politiche restrittive riguardanti la proibizione dei cosiddetti movimenti secondari, hanno seguito un’impostazione calcificatasi all’indomani dell’approccio hotspot (2015): chiusura e ripristino dei controlli ai confini interni. La Francia, ad esempio, ha ripristinato tali controlli nel Novembre 2015, appellandosi alla clausola 25 del Codice Schengen, che permette deroghe alla rimozione dei controlli di frontiera tra gli Stati membri in maniera straordinaria e per un periodo limitato, per motivi di “minacce gravi per l’ordine pubblico e la sicurezza interna”: nella fattispecie una indimostrata convergenza tra le traiettorie migranti e quelle del terrorismo internazionale.

Il caso italiano di gestione del fenomeno ha però mostrato un’altra caratteristica rilevante: l’azione di alleggerimento della pressione sui confini interni si è distinta per pratiche ai limiti del diritto, talvolta oltre. Il caso più eclatante in questo senso è il piano, ideato dal capo della polizia Gabrielli, di “alleggerimento delle frontiere”, mediante continue deportazioni da Ventimiglia verso il meridione (fino a qualche mese fa l’hotspot di Taranto, adesso chiuso per lavori).

Questo paper intende mostrare, attraverso traiettorie, aspettative e desideri di un migrante eritreo, l’articolazione di queste diverse forme di violenza. L’analisi individuerà i tratti dirimenti di quella che definisco una nuova fase del “governo europeo delle migrazioni”, in cui si manifesta ancora più chiaramente una gerarchia dei gruppi umani fondata sul diverso valore delle vite umane.
Tale analisi si vuole basare non su categorie francamente abusate come la nuda vita o la famosa espressione di Foucault sul lasciar vivere e far morire, e le sue infinite combinazioni, ma attraverso la categoria di “diritto penale del nemico” tracciata da Gunther Jakobs per definire quel particolare regime di diritto che si applica nelle sue estreme conseguenze, e talvolta oltre i suoi stessi confini, per colpire quei gruppi sociali che minacciano l’ordine giuridico e sociale.

Torna su

Silvia Marinella Fontana (Università Padova) e Alessandra Zunino (Confine Solidale)
Ventimiglia, terra di confine tra solidarietà ed emergenza: il caso della chiesa Sant’Antonio – Gianchette

Scopo dell’elaborato è presentare il caso di una terra di confine italiana, quella di Ventimiglia, luogo di confinamento umanitario dove l’emergenza ha portato la società civile a rispondere ai bisogni dei migranti più vulnerabili attraverso Confine Solidale e l’accoglienza nella chiesa Sant’Antonio alle Gianchette di donne e bambini.
Don Rito Alvarez con un gruppo di volontari ha infatti aiutato in un arco temporale brevissimo, 440 giorni, ca. 13.000 persone prima che la Prefettura decidesse per la chiusura delle Gianchette e il trasferimento di donne e bambini al campo Roja, gestito dalla Croce Rossa Italiana.

Attraverso l’analisi del caso di studio si vuole proporre una riflessione sulla risposta alla chiusura delle frontiere interne da parte della società civile in un contesto difficile, caratterizzato da una comunità, quella di Ventimiglia, spaccata tra il supporto e la solidarietà da una parte e la richiesta di sicurezza e ritorno alla normalità dall’altra.
Lo studio verterà su tre principali sezioni: la prima dedicata all’introduzione di Ventimiglia come terra di confine per gli spostamenti dei migranti (anche in riferimento alla chiusura francese), la seconda dedicata al caso specifico delle Gianchette e all’impegno della società civile per rispondere all’emergenza umanitaria, la terza sviluppata su riflessioni riguardanti gli ostacoli e le sfide attuali alle stesse azioni di solidarietà in ottica sistemica, con testimonianze dirette dalla comunità di Ventimiglia.

Torna su

Federico De Salvo (EHESS-Paris)
Il frustrante gioco della frontiera a Ventimiglia

Negli ultimi anni la questione dei flussi migratori è diventata una delle più rilevanti nel dibattito politico europeo. Questi flussi non sono una novità (Withol de Wenden, 2015) mentre invece è cambiato il controllo delle frontiere esterne ed interne dello spazio europeo sempre più militarizzate (Bigo e Guild, 2005), portando avanti l’evoluzione cominciata col trattati di Schengen e Dublino, sempre più orientata alla dissuasione (Dal Lago, 2006).

Crisi quindi non “dei migranti” come viene narrata e spettacolarizzata (Cuttitta, 2012), ma piuttosto “dell’accoglienza”. Alle frontiere interne dello spazio Schengen in particolare si manifestano in maniera diretta le tensioni tra scelte politiche nazionali contrastanti (Guiraudon, 2013 et al.) e dove le istituzioni optano spesso per interventi concentrazionari. Ne vediamo le conseguenze in un moltiplicarsi in tutta l’Unione Europea di campi e accampamenti (Bernardot, 2008) a Calais, Idomeni, Lampedusa, Ventimiglia (Babels, 2017).
L’utilizzo della forma campo come dispositivo (Agier 2008, Bernardot 2008) e la delegittimazione della solidarietà pongono questioni sulle modalità di intervento stesse.

A Ventimiglia dal 2015 si sono avvicendati diversi esempi di questi dispositivi, da campi istituzionali ma dallo status normativo vago ad accampamenti illegali tollerati dalle istituzioni senza alternative. Certo spazi di controllo ma anche di negoziazione e dialogo (Kobelinsky e Makaremi, 2009) attorno a cui ruotano i migranti e numerosi attivisti solidali. Da qui partono gli itinerari che portano in Francia, presidiati dalla polizia, e i bus che scaricano i migranti negli hotspot del Meridione da cui spesso hanno cominciato il loro percorso in Europa.

La ricerca si basa su osservazione diretta e interviste sul terreno compiute tra il 2016 e il 2017, nonché su materiali tra cui articoli, dossier di osservatori e Ong, rapporti di militanti a comporre un quadro delle dinamiche concentrazionarie a una frontiera interna di Schengen e di come le attività di solidarietà in questo difficile contesto si evolvono e fanno evolvere a Ventimiglia.

Torna su

Venerdì 29 giugno

14 – 17.30 Aula Pio XII, Via S. Antonio 5

Workshop: Confini e pratiche di resistenza: per una riflessione critica
a partire dai territori

Coordinano: Elena Fontanari, Francesco Ferri, Lucia Gennari, Carlo Caprioglio, Caterina Giacometti

Introduce: Martina Tazzioli (Swansea University)

Elio Tozzi (Borderline Sicilia)
Borderline Sicilia Onlus

Nei dieci anni di osservatorio sulla migrazione siciliana, Borderline Sicilia ha costruito un punto di vista privilegiato su di un’isola al contempo luogo di approdo dei migranti via mare e laboratorio delle politiche di accoglienza, di contenimento e di espulsione degli stessi.

L’osservazione da questa prospettiva ha permesso di monitorare l’evoluzione delle politiche italiane ed europee di progressivo rafforzamento delle frontiere esterne, a cui fanno da corollario quelle interne, che determinano una forte limitazione della mobilità. Punto cruciale di tali dinamiche è stata l’implementazione nel 2015 dell’approccio hotspot, che ha determinato una maggiore militarizzazione delle pratiche relative all’identificazione e all’accesso alle forme di protezione, introducendo meccanismi di “categorizzazione” dei migranti, che già alla fonte producono forme di esclusione e marginalità.

Il momento dello sbarco rappresenta anche il momento della criminalizzazione seriale dei migranti che hanno condotto le imbarcazioni, nonostante tale condotta sia frutto di atti di costrizione – con violenza e minacce – da parte dei trafficanti libici. L’incriminazione comporta l’arresto, un periodo di detenzione in carcere, un procedimento penale (dagli esiti variabili) ed un processo espulsivo.

Il sistema di accoglienza per i richiedenti protezione continua ad essere gestito in modo emergenziale, attraverso centri governativi di grandi dimensioni (Cara di Mineo e Pian del Lago) e centri di accoglienza straordinaria in cui i tempi di permanenza sono molto lunghi nonostante il calo degli arrivi registrato negli ultimi dieci mesi. Tali centri, privi di progettualità e reali percorsi di inserimento, in molte zone della Sicilia diventano bacini per lo sfruttamento di manodopera per il lavoro in campagna.
In tale contesto – nonostante i recenti interventi normativi tesi ad assicurare una maggiore tutela ai minori stranieri non accompagnati – dietro la retorica che ha accompagnato la nuova legge, si nasconde la realtà dell’interruzione brusca dell’accoglienza e del percorso di integrazione per i neomaggiorenni determinante l’immissione nell’irregolarità e nelle maglie dello sfruttamento.

Altro fronte della limitazione della mobilità riguarda i numerosi trasferimenti Dublino le cui modalità di gestione sono spesso caratterizzate da forme coercitive e lesive dei diritti fondamentali, oltre a difettare della predisposizione delle misure di accoglienza da parte delle prefetture interessate.

Torna su

Annapaola Ammirati e Ilaria Sommaruga (ASGI – Monitoraggio Serbia-Ungheria)

State governments of both Member States of the European Union and on the Balkan Route, have enacted border fortifications. Hungary is a gateway to the fortress of Europe and it seems to be the place where European policies are defined and “tested” and it represents a mandatory stop for asylum seekers from middle east. In general, in recent years, a real reduction of guarantees in favor of protection holders and asylum seekers has been instituted.

Detention for asylum seekers is foreseen for all asylum seekers and for the full duration of status determination procedures, without distinction for sex, age, and physical conditions, with the sole exception of minor under the age of 14. As such, the transit zones of Röszke and Tompa, on the Serbian border, become the only place where it is possible to apply for legal protection.
The application is often declared inadmissible due to the sole fact that the applicant entered Hungary from Serbia, which is considered a safe third country with the automatic effect of refusal of a large number of the asylum applications.

Approximately 12 000 asylum-seekers are currently blocked in Serbia. Despite the construction of the fence on the border sections with Serbia and Croatia, the number of irregular entries in Hungary through the fence, which since September 2015 is considered a criminal act by Hungarian legislation, remains high. However, migrants who are able to enter Hungary through the border fence are immediately and automatically rejected in Serbia, highlighting a systematic pattern of violence against asylum seekers.
These measures have the combined effect of limiting and acting as a deterrent to access to asylum procedure in Hungary.

Paper could address the curtailment of refugee rights, imposition of procedural bars or practical obstacles to seeking asylum or in status determination, shortening the stay granted to refugees, and undermining regional schemes such as the Common European Asylum System through which the European institutions, aligning themselves with the position of the Member States, seem to be following the Hungarian policy, turning the right of asylum into a privilege.

Torna su

Alessandra Dallari e Alessia Albano (Collettivo No Name Kitchen – Frontiera serbo-croata)

Siamo un collettivo di persone indipendenti, volontari dell’organizzazione No Name Kitchen, che opera in un punto caldo di ingresso al territorio Europeo: Sid, frontiera serbo croata.

Conseguentemente alle politiche europee di esternalizzazione e controllo delle frontiere degli ultimi anni, la Serbia si è trasformata da paese di transito, a paese di confinamento per quelle persone che cercano di arrivare in Europa. La chiusura dei confini degli stati che si trovano lungo la cosiddetta rotta balcanica a partire dall’accordo UE-Turchia, ha prodotto in Serbia una serie di conseguenze di lungo periodo. Gli attori che due anni fa facilitavano la mobilità dei flussi verso l’Europa, sono oggi responsabili della violazione sistematica di diritti umani.

Circa 7000 persone si trovano oggi bloccate in Serbia in un limbo legale e personale, delle quali, più di un centinaio a Sid, al di fuori del sistema di asilo serbo per differenti ragioni (inefficenza del sistema di asilo, condizione dei campi, volontà personale di essere vicini alla frontiera).
A Sid, alla porta d’Europa, giornalmente le persone provano ad attraversare in modo illegale la frontiera. Il controllo della mobilità esercitato attraverso la polizia croata e Frontex, non gli permettono però di esercitare il diritto di chiedere asilo in Croazia, deportandole in Serbia. Sid si è quindi convertita in un luogo di “permanenza forzata” e “confinamento umanitario” per centinaia di persone costrette a vivere in condizioni inumane e degradanti alla periferia della città.

La pratica dei “push-backs” oltre ad essere perpetuata senza nessun tipo di processo nè garanzia giuridica, è corredata da uso di violenza e umiliazione, in aperta violazione dei diritti umani, nonchè delle leggi internazionali, europee e nazionali.
A partire dal maggio 2017, stiamo svolgendo in collaborazione con altre organizzazioni, un lavoro di documentazione e monitoraggio delle deportazioni illegali dalla Croazia per portare alla luce l’ennesima situazione di ingiustizia sociale. Avendo passato vario tempo con le persone che vivono questa realtà sulla propria pelle , abbiamo raccolto sistematicamente testimonianze video, immagini e racconti dell’esperienza personale di migliaia di migranti “in cammino”. Questo ci ha permesso di conoscere da vicino gli effetti psicologici e sociali di questa permanenza forzata e criminalizzazione della condizione di migrante.

Torna su

Alessandra Cesari (Progetto con Autonome Schule Zurich – ASZ)

Questa ricerca sulle realtà autogestite da migranti, a fronte delle politiche di accoglienza estremamente restrittive della Svizzera e in particolare nel cantone di Zurigo, nasce dalla volontà di indagare e valorizzare, da un lato, l’importanza di questi progetti autonomi e partecipati, quali forme di supporto nonché di autorganizzazione dei migranti stessi, per la tutela dei diritti degli stranieri sans papier e dei richiedenti asilo e il grande valore della “partecipazione” che nasce dal basso, dall’altro, su quali sono le conseguenze che determinate politiche di cosiddetta accoglienza hanno sulla vita delle persone e a cosa realmente stanno portato su grande scala.

Mi sono sempre chiesta cosa significhino esattamente accoglienza e integrazione, cosa accade ai richiedenti asilo a cui lo Status di rifugiato viene negato e di pari passo, quali sono le ripercussioni nella pratica. Come e cosa riesce a fronteggiare le conseguenze devastanti di tutto questo?
Ho incentrato la mia ricerca in Svizzera e in particolare nella città di Zurigo per vari motivi. In primis perché sono emigrata in questa città per concrete motivazioni economiche e di lavoro e mi sono dovuta scontrare con tutti quelli che sono i limiti, se non confini, rispetto la mia permanenza, ponendomi di conseguenza delle domande.
Secondo perché, arrivata qui la prima volta, sono approdata alla Autonome Schule di Zurigo (ASZ) per seguire un corso di tedesco gratuito. Ho così scoperto questo progetto autogestito dai migranti stessi e nato da un’occupazione.

Attraverso la ASZ ho avuto l’opportunità di conoscere anche altre realtà nate da occupazioni dei migranti, manifestazione di lotta e Resistenza verso un sistema che li rifiuta e ghettizza, venendo così a conoscenza di come funzionano esattamente le politiche di accoglienza in Svizzera e di cosa sono i NUK**. Partendo dall’esperienza diretta e dall’osservazione sul campo, che ho potuto constatare come queste realtà di autorganizzazione assumono una connotazione realisticamente “rivoluzionaria”, all’interno di un sistema che vuole limitare e controllare la mobilità delle persone, instaurando confini interni inesistenti e innalzando muri, selezionando e ghettizzando le persone – i migranti e/o richiedenti asilo – generando così un processo di vera e propria disumanizzazione dell’individuo.

La Autonome Schule e le altre realtà autonome nate nel cantone di Zurigo, sono la risposta ad una politica fortemente restrittiva e non rispettosa dei diritti umani e della persona. La ASZ nasce dall’occupazione di una chiesa nel 2008/2009, da parte di un gruppo di migranti sans papier. Da allora si sono aggiunte sempre più persone, sono state fatte altre occupazioni, fino a riuscire a strutturarsi in un’organizzazione associativa riconosciuta, ma pur sempre autonoma, dove numerosi migranti specie sans papier e/o richiedenti asilo, si recano ogni giorno per seguire le lezioni di tedesco a cura di volontari (alcuni svizzeri molti altri migranti già padroni della lingua), per stare insieme, cucinare, mangiare, ascoltare musica, fare laboratori, confrontarsi, sostenersi e fare attivismo politico.

Torna su

Marcella Cometti (Cooperativa Camelot – Progetto con Antar Mohamed Marincola di Cantieri Meticci)

La Questura di Bologna non rilascia i titoli di viaggio ai cittadini somali in possesso di soggiorno per motivi sussidiari. Questo problema, ovviamente, non è legato solo a coloro che hanno la cittadinanza somala, ma anche a tutti coloro ai quali è stata riconosciuta questa forma di protezione.
Sebbene la normativa italiana a riguardo lascia spazio ad un’interpretazione restrittiva, d’altro canto la prassi della Questura di Bologna risulta illegittima quando tale rifiuto non solo non è scritto ma tantomeno giustificato. La motivazione della Questura si basa principalmente sul fatto che i cittadini somali hanno la possibilità di ottenere il passaporto presso la loro ambasciata.

Un giorno di dicembre mi trovo, durante una formazione, ad ascoltare i racconti di Antar Mohamed sulla Somalia, sua terra di origine. Antar, attraverso un affascinante maremoto di racconti, arriva a descrivere la situazione odierna dell’ambasciata somala, dove la corruzione sembra essere all’ordine del giorno. Durante gli stessi mesi seguo un ragazzo, Mohamud A. N., per aiutarlo ad ottenere il suo titolo di viaggio dalla Questura di Bologna. Pochi mesi dopo altri dieci somali mi chiedono un appuntamento per un’informativa legale sui titoli di viaggio.
Mi ritrovo a dover dire a Mohamud A. N. che l’unica possibilità è quella di chiedere aiuto ad un avvocato presentare ricorso. Poi gli chiedo se per caso non c’è una comunità somala a Bologna: Mohamud mi risponde di no. A gennaio inizio a leggere Timira, Romanzo meticcio (scritto da Antar Mohammed e Wu-Ming 2).

Così nasce l’idea di questo progetto: provare, anche attraverso il problema comune legato al titolo di viaggio e alla libertà di movimento, ad alimentare e creare una “connessione” tra i ragazzi e le ragazze somale che vivono a Bologna (forse anche con i Somali arrivati in Italia a seguito della guerra civile del 1991?). Riflettere, assieme a loro e ad Antar, sull’impatto che questa limitazione ha nelle loro vite quotidiane. Quali sono le soluzioni che possiamo intravedere? Possiamo pensare di creare un’idea di “comunità” a partire dalla discussione e riflessione sulla limitazione alla mobilità?

Torna su

Livio Amigoni (Collettivo 20k Ventimiglia)

Negli ultimi anni le zone di ‘transito’ sono diventate i punti di riferimento per i migranti che cercano rifugio in Europa. Dalle stazioni ferroviarie e parchi, ai sentieri sulle alpi; dalle occupazioni e insediamenti informali, alle rive del fiume Roja a Ventimiglia, la posta in gioco è la lotta per la mobilità, sicurezza e riconoscimento.

Spesso i viaggi dei rifugiati tendono a essere rappresentati come rotte dirette o casi puntuali di attraversamento delle frontiere. Al contrario, prendere la prospettiva dei punti di transito ci può chiarire come i viaggi siano frammentati; le traiettorie cambino rapidamente; le variabili diverse e personali.

‘Eufemia’, Info e Legal Point nato lo scorso Luglio a Ventimiglia, è un progetto indipendente di supporto e orientamento a migranti in transito. L’Infopoint è un punto di contatto sicuro e accogliente dove poter ottenere informazioni utili per viaggiare in Europa, comprendere le norme vigenti e la propria situazione legale. Quotidianamente chi ne usufruisce può accedere a internet, ricaricare il telefono, parlare con un operatore legale e trovare informazioni multilingue sui servizi presenti sul territorio e sulla protezione internazionale.

Il nostro contributo si basa su una conoscenza diretta e partecipata delle condizioni di vita, storie personali e piani migratori di migliaia di persone che hanno attraversato la zona di frontiera Franco-Italiana negli ultimi due anni e mezzo. L’intenzione è condividere delle riflessioni sulla gamma di risorse sociali e economiche necessarie per aggirare i confini legali e geografici e le norme morali e culturali che sono alla base di queste pratiche. I network di supporto familiari e nazionali, le possibilità di lavoro, l’accesso a servizi, le reti di attori solidali, l’assenza di apparati repressivi. Risorse che, quando combinate, permettono a migranti senza documenti di sopravvivere, circolare e prepararsi per regolarizzare la propria situazione.

La metodologia utilizzata per le analisi è basata sull’osservazione partecipante in contesti di frontiera principalmente tra Imperia a Nizza e sulla raccolta di fonti orali tramite interviste semi-strutturate e conversazioni informali con migranti e informanti. Centrale nella nostra analisi saranno le aspirazioni, opportunità percepite, reti che definiscono le strategie e dinamiche sottostanti alle attuali traiettorie migratorie.

Torna su

Karla Kästner (Migration_Miteinander e.V.)

La nostra associazione tedesca, migration_miteinander e.V. (“migrazione insieme”) si impegna da più che un anno per favorire la migrazione legale verso la Germania per rifugiati con permesso di soggiorno valido in Italia, in collaborazione con un’associazione italiana, Associazione interculturale UNIVERSO a Bologna. Per questo scopo organizzamo il porgetto ESOP (European Structural Orientation Program for Migrants, un progetto di empowerment ed orientamento per migranti in Italia.

Torna su

Programma tema III
#escapes2018
Programma generale
Informazioni pratiche
Conferenze precedenti
#escapes2018 su twitter
#escapes2018 su wakelet