#escapes2018 – abstract tema I

Foto di Giulio Piscitelli 2017

V Conferenza Escapes – #escapes2018

RAGION DI STATO, RAGIONI UMANITARIE
Genealogie e prospettive del sistema d’asilo

Milano, Università degli Studi, 28 e 29 Giugno 2018

Tema I – Titolari di protezione internazionale, umanitaria e “diniegati”: quali forme di inclusione e esclusione nel lungo periodo?

 

Coordinamento: Emanuela dal Zotto (Università degli Studi di Pavia) e Chiara Marchetti (Università degli Studi di Milano, CIAC Onlus)

Giovedì 28 Giugno 2018

Ore 14.00 – 16.15 Aula S. Antonio IV, Via S. Antonio 5

Laboratorio: Gioco di ruolo “Rotte migranti”

Conduce: Ilaria Ippolito (ricercatrice)

Il gioco di ruolo sui percorsi dei lavoratori migranti dall’accoglienza allo sfruttamento si basa su una ricerca è stata condotta sul campo per due anni che ha preso in considerazione, tra gli altri elementi, lo status giuridico dei lavoratori, il percorso di accoglienza e i successivi spostamenti sul territorio.

Il gioco è stato pensato per diffondere le storie, i percorsi di accoglienza, le testimonianze, le immagini di alcuni lavoratori incontrati in questi anni ma anche per stimolare momenti di confronto e formazione attraverso domande e proposte di dibattito.
La modalità e i contenuti sono stati condivisi con i protagonisti del gioco, convinti della necessità di far conoscere, e in qualche modo sperimentare attraverso il gioco di ruolo, le loro vicende tramite una narrazione che stimoli il dibattito e la riflessione. Giocando, i partecipanti scambiano conoscenze ed esperienze, sperimentano situazioni complesse e propongono soluzioni partecipate creando un sapere condiviso.

Torna su

Ore 14.00 – 16.15 Aula S. Antonio III, Via S. Antonio 5

Rifugiati: dall’esclusione all’autorganizzazione

Coordinano: Giuseppe De Mola (MSF), Emanuela Dal Zotto (Università degli Studi di Pavia)

16.45 – 19.00 Aula S. Antonio III, Via S. Antonio 5

Voci di rifugiati nello spazio pubblico

Coordina: Chiara Marchetti (Università degli Studi di Milano, CIAC Onlus)

I rifugiati non sono solo destinatari di progetti di accoglienza. Non sono solo vittime o – nella percezione di qualcuno – minacce per l’identità nazionale o la tenuta di un welfare sempre più in crisi. Non sono nemmeno interlocutori validi solo quando si parla di asilo e immigrazione in senso stretto.

Attraverso questo panel prendono parola alcuni dei rifugiati e delle esperienze che ormai da tempo in Italia stanno mostrando come siano sempre più numerosi i soggetti che rivendicano di avere una “voce” per raccontare gli ambiti in cui sono attivi, il loro punto di vista su temi cruciali come i diritti, la globalizzazione, l’accoglienza, l’istruzione, uscendo dal frame della mera testimonianza.

Torna su

Venerdì 29 Giugno 2018

14.00 – 17.30 Aula S. Antonio III, Via S. Antonio 5

Workshop: Lavorare per l’inclusione, declinare i contesti

Facilitatrici: Francesca Grisot (consulente e formatrice), Chiara Marchetti (Università degli Studi di Milano, CIAC Onlus), Emanuela Dal Zotto (Università degli Studi di Pavia)

Percorsi ad ostacoli?

 

Francesca Grisot (consulente e formatrice)
Ritorno al futuro, a cavallo dell’Emergenza Nord Africa: i ricalchi qualitativi e l’applicazione delle buone prassi SPRAR ai centri di accoglienza straordinaria

Lo “stato di emergenza umanitaria nel territorio nazionale in relazione all’eccezionale afflusso di cittadini provenienti dal Nord Africa”, iniziato nel 2011 e prorogato di fatto fino a giugno 2013, ha modificato significativamente il sistema di accoglienza, a partire dalla scelta di identificare come richiedenti asilo la maggior parte dei migranti in arrivo sulle coste italiane, al garantire l’accesso di massa nel sistema di accoglienza ad enti e operatori scarsamente o per nulla qualificati, alieni alle iniziative di formazione del Sistema Centrale, digiuni delle basilari nozioni relative a procedure di richiesta protezione internazionale, vulnerabilità o anche solo alle dinamiche interculturali e di mediazione linguistica e culturale.

L’affermarsi del sistema prefettizio, appoggiato a cooperative e strutture destinate idealmente ad accoglienze temporanee, con standard qualitativi ben lontani dai canoni richiesti nello SPRAR, ha imposto al sistema di accoglienza italiano di ripartire dal via nell’ultimo quinquennio, perdendo la gran parte dei saperi sviluppatisi nel decennio precedente al 2011. Saperi organizzati sistematicamente nel “Manuale Operativo per l’attivazione e la gestione di servizi di accoglienza integrata in favore di richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria”, volti alla riconquista dell’autonomia attraverso percorsi integrati di inclusione basati sull’empowerment.
Concetto opposto all’assistenzialismo invalidante che ha caratterizzato invece i Centri di Accoglienza Straordinaria.
Tale divario pare destinato a ridursi gradualmente con le azioni promosse dal Ministero dell’Interno tra il 2015 e il 2017, dal Decreto legislativo n. 142 del 2015, lo schema di capitolato d’appalto adottato nel marzo 2017, alla pubblicazione del volume “Le iniziative di buona accoglienza e integrazione dei migranti in Italia Modelli, strumenti e azioni” nel maggio 2017.

L’intervento intende indagare il riflesso delle politiche nazionali sulle dinamiche locali di inclusione/esclusione di RAR nella realtà padovana, dall’analisi dei percorsi emergenziali e invalidanti degli ex “Emergenza Nord Africa”, inseriti nello SPRAR cittadino nel 2018; all’ampliamento dello SPRAR locale; alla graduale imposizione di standard qualitativi più elevati nei CAS e gli effetti fin d’ora evidenti dell’applicazione delle buone prassi SPRAR all’interno di un Centro di Accoglienza Straordinaria: l’esperienza del CAS “Le Mongolfiere di Padova”. Un futuro che dà speranza, ma che al contempo sa già di passato.

Torna su

Paolo Novak (SOAS, University of London)
L’integrazione come meccanismo di disciplinamento

Over 77% of asylum seekers in the Sistema di Accoglienza are (ware)housed in third tier structures, known as Centri Accoglienza Straordinaria (CAS). Where are these CAS located? What mechanisms and forces define the location of CAS? How is their location used as a governance and disciplining mechanism?

Through these questions, and drawing from field research material collected over 4 months in a central Italian province where 65 such CAS are located (comprising in-depth interviews with government officials and NGO workers managing CAS and with asylum seekers hosted herein; field notes of daily visits to CAS, of discussions, debates and leisure time spent with asylum seekers, of participant observation, etc.), the paper wants to understand the ways in which the right to asylum is rendered concrete through procedures regarding housing conditions, food distributions and allowances, and everyday forms of spatial segregation/integration.
More specifically, the paper
1) offers an overview of the 65 CAS in the province and highlights three dimensions that capture similarities and differences across them
2) on these bases, it produces a taxonomy of CAS in the province, to make sense of those similarities/differences at systemic level
3) it identifies “good behaviour” as a key parameter that defines the allocation and movement of asylum seekers across CAS in the province.

The objective of this discussion is to put forward an understanding of ‘integration’ as a disciplining mechanism regulating and shaping asylum seekers’ everyday experiences of asylum.

Torna su

Flavia Coppa (ICS Trieste)
Dietro le quinte dell’audizione

Il colloquio presso la Commissione Territoriale rappresenta uno dei momenti più attesi e temuti dal richiedente asilo in Italia: atteso perché il rispetto dei tempi indicati dalla normativa costituisce ormai l’eccezione, temuto in quanto da esso discenderà il diritto a risiedere nel Paese di approdo.

Durante la seduta della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza del 24 ottobre scorso, la Presidente della Commissione Nazionale per il diritto di asilo, esternava l’avvenuta presa di coscienza dell’impasse in cui si era cacciata la macchina dell’asilo ed annunciava gli aggiustamenti affinché, di questa fase, si potesse parlarne solo al passato. Da allora le commissioni territoriali competenti per l’esame delle domande di protezione internazionale hanno subìto notevoli interventi evolutivi che hanno avviato un percorso di cura della qualità del lavoro delle istituzioni dell’asilo, ma non di guarigione si può ancora parlare.
Considerato il ruolo cruciale che il colloquio del richiedente gioca per il suo destino nel Paese di approdo, l’audizione presso la Commissione Territoriale non può che posizionarsi come momento finale di un lungo percorso di emersione della memoria che il richiedente ha intrapreso con l’operatore legale all’interno del sistema di accoglienza. Figura meno attenzionata, l’operatore legale rappresenta invece la sponda per un possibile spazio di emersione e riconoscimento (qui simbolico e non giuridico) della storia del richiedente. Orientandolo nel complesso di norme giuridiche a lui aliene e fornendogli gli strumenti per la comprensione dei codici di comportamento della cultura dominante, quella dell’esaminatore, il passaggio attraverso l’operatore legale smorza i possibili effetti nefasti di un’audizione altrimenti incompresa e subìta, dal richiedente come dall’esaminatore stesso.

Nonostante una crescente consapevolezza sull’importanza dell’orientamento legale in fase amministrativa, di cui vi è traccia nella nuova proposta di regolamento su procedure comuni in tutti i Paesi dell’Unione, non si rivela ad oggi un’azione di tutela prioritaria ed omogeneamente garantita dai fautori dell’accoglienza italiana. Complice una scarna regolamentazione, l’erogazione di tale servizio – diritto – è affidata ai prognostici dei capitolati di appalto ed alla sensibilità dei gestori dell’accoglienza.

La presente proposta vuole aprire al riconoscimento della figura dell’operatore legale affinché le voci dei richiedenti asilo non restino irrimediabilmente silenziate.

Torna su

Koki Yamada (Università Ca’ Foscari Venezia)
Il paradosso degli status giudiziali: il caso di Padova

La ricerca mira ad indagare la situazione reale dei richiedenti asilo, “diniegati” e titolari di protezione umanitaria, rispondendo alle domande seguenti: come il posizionamento giuridico influenza a loro prospettiva di vita? Come i richiedenti asilo e in particolare i diniegati sviluppano le rete d’integrazione? Come sono le relazioni con la società ospitante? Quali sono gli ostacoli che gli ospiti del centro percepiscono per inserirsi nella società locale?

Lo studio è basato su interviste dirette e osservazione partecipante svolte in un CAS di Padova nel periodo compreso tra febbraio e giugno 2018 in qualità di volontario, affiancando il lavoro quotidiano degli operatori addetti all’accoglienza.
La ricerca rileva il paradosso del sistema d’accoglienza attuale, presentando la situazione reale dei titolari di protezione umanitaria e diniegati, prestando particolare attenzione alle loro prospettive di vita e alle reti d’integrazione elaborate da loro stessi, sostenute o contrastate dall’ente ospitante e dalla società. Si analizzano in particolare 4 diversi casi studio ritenuti più rappresentativi.

Due casi riguardano due ex ospiti, attualmente operatori del centro con contratto a tempo determinato e indeterminato. Hanno ricevuto entrambi diniego e stanno attendendo rispettivamente udienza ed esito dell’appello. Entrambi stanno studiando per sostenere l’esame di licenza media inferiore e hanno sviluppato positive reti di integrazione investendo risorse nel corso di tre anni per la loro permanenza in Italia. Altri due casi riguardano ospiti del centro, di cui un diniegato in attesa della procedura giuridica successiva, convinto della sua scelta rispetto al Paese di accoglienza, molto attivo nel creare reti personali di integrazione, impegnato nel percorso di studio per la licenza media inferiore e con un contratto lavorativo a chiamata. Il secondo ha di recente ricevuto la protezione umanitaria a seguito di ricorso, ha difficoltà nell’inserimento lavorativo, non ha attivato, dal 2015, un percorso per l’ottenimento della licenza media. Tre di loro, fino ad oggi alloggiati -a vario titolo- per l’ultimo triennio in un centro di accoglienza straordinaria, stanno cercando soluzioni abitative, affrontando il difficile mercato degli affitti di Padova.

Torna su

Elena Favaro (SPRAR Rondine, Comune di Padova)
Percorsi di esclusione e contenimento in territorio patavino. L’improbabile accesso in SPRAR degli ex Casa Don Gallo a cinque anni dalla “fine” dell’Emergenza Nord Africa

Oggetto dell’analisi sono i percorsi, complicati e talvolta paradossali, dei migranti accolti come RAR nella città di Padova tra il 2012 e il 2018. Percorsi incrociati come operatrice nell’ambito dell’Emergenza Nord Africa (2012-2013), poi come coordinatrice di CAS (2015-2017) e ad oggi come coordinatrice degli operatori del Progetto Rondine (Sprar). L’intento è di ricostruire come un numero consistente di RAR siano stati accolti troppo a lungo in un sistema emergenziale che poi ha chiuso loro repentinamente le porte in faccia lasciandoli in balia di se stessi e della società civile, privi degli strumenti necessari ad orientarsi. Come questi si siano trovati davanti al bivio tra il lavoro di bracciantato nei ghetti del Sud Italia e l’illegalità d’oltralpe.
Come poi l’avvicinarsi della scadenza dei permessi di soggiorno, per lo più per motivi umanitari, li abbia inevitabilmente riportati a Padova, dove sono stati in parte supportati da reti di movimenti sociali, spesso in conflitto con gli enti istituzionali, ai cui presunti mancati servizi cercavano di sostituirsi. Come infine, di fronte all’atteso e discusso intervento di Prefettura e Servizi Sociali, siano stati riaccolti da quelle stesse cooperative che li avevano pochi anni prima allontanati, riuscendo in alcuni casi persino ad accedere allo Sprar.

Nello specifico si riportano le esperienze di due beneficiari del Progetto Rondine, entrambi ex utenti nell’ambito dell’accoglienza durante la cosiddetta Emergenza Nord Africa, entrambi titolari di protezione per motivi umanitari, entrambi ricollocati all’interno del progetto Sprar del Comune di Padova, dopo aver attraversato le accoglienze informali, fatte di spazi occupati (Casa Don Gallo), condizioni precarie, reti sociali forti ma con scarse prospettive.

Ciò su cui si vuole riflettere sono le ripercussioni sul lungo periodo di un’accoglienza strutturata con modalità emergenziali, aperta a soggetti del privato sociale inesperti e orientata all’assistenzialismo piuttosto che all’empowerment dei soggetti accolti. L’interesse sta, inoltre, nell’analisi di come le risposte dei movimenti della società civile abbiano fatto da cuscinetto a disfunzioni sistemiche, seppur con modalità spesso inadeguate e come ciò abbia alimentato meccanismi di reticenza e diffidenza nei confronti di quelle istituzioni che solo ora sembrano iniziare ad agire sulla base di propositi qualitativi prima che quantitativi.

Torna su

Federica Osti (operatrice e psicologa)
ll potere trasformativo del perturbante. Titolari di protezione internazionale, umanitaria e “diniegati”: processi di inclusione, trasformazione e integrazione sul medio-lungo periodo

La migrazione è un’esperienza traumatica complessa che comporta numerosi cambiamenti nella realtà, sia esterna sia interna all’individuo. Le perdite sono diverse, relative allo spazio geografico, linguistico, di ruolo e delle relazioni significative; le novità sono altrettanto numerose. Il migrante, come un bambino, si trova continuamente a fronteggiare situazioni imprevedibili e sconosciute, passando dal Noto (conosciuto) all’ignoto. Nel momento in cui egli si trova fuori dalla dimora familiare, entra in una condizione perturbante. Come definito da Freud, “Unheimlichkeit” (il Perturbante) è tutto ciò che provoca un dubbio intellettuale; che lascia la persona in una condizione di dubbio, ricerca e trasformazione in qualcosa di inusuale.

Al fine di fronteggiare lo stress derivante dalla perdita del conosciuto e dal fronteggiamento di un nuovo ambiente, il migrante si trova ad utilizzare strategie di coping e, spesso, a costruirne di nuove.
Le personali strategie di coping concorrono a definire la sua resilienza, intesa come capacità di trasformare eventi altamente stressanti, considerati ad esito infausto, in un processo di apprendimento e crescita. In questo senso, il migrante si trova in un vero e proprio processo di integrazione interna ed esterna continuo, il cui risultato finale necessita di essere analizzato all’interno di un periodo di osservazione lungo, in cui possano emergere le conseguenze delle trasformazioni da lui vissute.

L’intervento intende indagare il processo di inclusione, trasformazione e integrazione che hanno intrapreso 4 richiedenti asilo alloggiati nell’ultimo triennio in diversi CAS gestiti dalla cooperativa EDECO nella Provincia di Padova.

I primi due casi riguardano due ex ospiti, diniegati in attesa di udienza o esito di appello, attualmente impiegati come operatori del centro. I seguenti riguardano due ospiti del centro: un diniegato e uno che ha ricevuto la protezione umanitaria a seguito di ricorso. La ricerca è svolta attraverso colloqui individuali non strutturati e somministrazione di materiale testale, atti ad indagare quali siano gli esiti del percorso sul lungo periodo, dopo tre o quattro anni di vita spesi all’interno di un centro di accoglienza straordinaria, quali le aspettative, le strategie di coping attuate, le difese messe in atto, quali le abilità coinvolte per integrare vecchie e nuove conoscenze.

Torna su

Trasformazioni della realtà locale?

 

Carolina Galli, Elena Bodini Prarolo (Università Ca’ Foscari Venezia)
Il complesso ruolo dell’operatore nei CAS: studio nel contesto fiorentino

L’intervento che proponiamo si basa su una ricerca empirica svolta per la redazione di una tesi di laurea magistrale. L’indagine condotta ha come oggetto di analisi la figura degli operatori che lavorano all’interno dei Centri di Accoglienza Straordinaria, con l’obiettivo di guardare a questa figura come categoria lavorativa fortemente coinvolta nella vita dei richiedenti asilo.

Esaminando il modo in cui questo gruppo di lavoratori è chiamato a gestire il fenomeno dell’immigrazione e come risponde al mandato istituzionale in maniera passiva/attiva, rigida /creativa emerge quanto il loro operato abbia forti conseguenze sulla vita delle persone accolte nei centri contribuendo alla creazione o decostruzione di vari livelli di “confini”.

L’analisi considera il contesto dei CAS, indagando sulla natura di queste istituzioni dalla nascita al ruolo che attualmente rivestono nel sistema accoglienza. Sono esaminate le proposte di cambiamento e le variazioni apportate dal decreto Minniti-Orlando (2017) con particolare attenzione alle misure riguardanti la figura degli operatori, osservando con interesse le conseguenti mobilitazioni di alcuni gruppi auto-organizzati di tali lavoratori che, da subito, si sono attivati nel difendere i propri diritti accanto a quelli dei migranti. L’analisi include considerazioni e riflessioni costruite sullo studio di un insieme di interviste condotte tra un gruppo di operatori di CAS sul territorio fiorentino.

Considerando la forte precarietà e indeterminatezza emerse, si indaga sul rapporto tra operatori e beneficiari che si stabilisce all’interno di questi centri, sulle dinamiche di potere e di (dis)equilibrio che si creano tra questi due gruppi per i diversi ruoli rivestiti.
Tale rapporto, per le caratteristiche di questi contesti, si rivela indefinito e variabile e dipendente dalla volontà degli operatori di interpretare regole e scegliere il tipo di comportamento da utilizzare senza potersi affidare ad un sapere condiviso di tipo “professionale”, lasciando di fatto ampia libertà alla discrezionalità individuale.

Considerando questo, si riflette su quanto questa figura lavorativa intervenga in termini di controllo/sostegno delle “frontiere” fisiche del centro, ma anche su eventuali confini che possono crearsi come effetto dei comportamenti scelti attuati con le persone accolte.

Torna su

Elisa Tursi (Coop. Sociale Zenith)
I processi di inclusione possibili a partire dallo sguardo della società accogliente: uno studio di caso

Nella veste di équipe di un Centro di Accoglienza Straordinaria per richiedenti asilo adulti ci siamo interrogati sul significato polisemico e multidimensionale dei termini inclusione/integrazione/ assimilazione e sulle vicendevoli interdipendenze, cercando di coglierne i nodi critici e allo stesso tempo costruendo all’interno dell’accoglienza uno spazio di costruzione plurale dei processi di inclusione interpellando gli ospiti come attori alla pari degli operatori.

Se il contesto macro è caratterizzato da asimmetria e da relazioni di subalternità economica e sociale, è a partire dal contesto micro che è possibile superare la diffusa accezione unilaterale del concetto di integrazione e farlo emergere come processo di costruzione bilaterale che vede coinvolti i migranti e gli autoctoni.

In primo luogo ci siamo interrogati sulle nostre categorie interpretative ponendoci alcuni quesiti relativi al contesto comunitario, alle norme implicite che lo regolano e alle modalità relazionali che l’équipe mette in atto a partire dal riconoscimento degli ospiti come una particolare categoria di soggetti sociali. ( Ad esempio: lo spazio comunitario è uno spazio relazionale aperto ai cambiamenti e alla messa in discussione della cornice normativa che lo regola? Se sì, a chi è riconosciuta tale possibilità? Chi sono i richiedenti asilo? ecc.).

In secondo luogo abbiamo tentato di mettere a punto una serie di dispositivi simbolici ed operativi finalizzati alla costruzione di un piano relazionale il più possibile simmetrico tra operatori e ospiti del centro.

A partire dal riconoscimento dell’essere “adulti tra adulti” abbiamo operato in modo tale che gli operatori fossero riconosciuti dagli ospiti come soggetti alleati verso il raggiungimento di un obiettivo comune nel tentativo di superare la dualità tipica delle comunità nelle quali l’imperativo del controllo (operatori vs ospiti) regola a cascata tutte le altre relazioni.

Una delle risposte più significative che abbiamo potuto osservare da parte degli ospiti è stata l’attivazione di un processo che li vede orientati a costruirsi come attori sociali dotati di autonomia e capacità di iniziativa, non solo rispetto ad obiettivi personali, quali lo studio della lingua e/o la ricerca di un lavoro, ma anche in sfere sociali pubbliche, come ad esempio il volontariato, la partecipazione a manifestazioni culturali, artistiche e sportive della città.

A partire da queste osservazioni ci siamo infine domandati quanto i processi di integrazione o la chiusura dei richiedenti asilo verso la società che li accoglie siano dipendenti in primis dalla definizione e dal pregiudizio comune che li confina nel ruolo di “beneficiari di” una serie di servizi, politiche ecc. Al contrario, quando fin da subito viene riconosciuto loro lo status di adulti, di soggetti adeguati e competenti che necessitano di un accompagnamento e di una traduzione linguistica e culturale e non di un intervento educativo, è stato possibile osservare come si attivino numerose iniziative di inclusione a partire dagli stessi richiedenti asilo.

Torna su

Luider Ferney Vasquez Lopez, Adelina Roci (operatori e mediatori dell’accoglienza)
Il caso EDECO: percorsi di inclusione e interazione con la realtà patavina

L’intervento presenta i risultati, in termini di inserimento sociale e territoriale di richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale o umanitaria, attraverso la diretta interazione con la città di Padova, i servizi rivolti al cittadino e le associazioni culturali e sportive attive sul territorio, ottenuti fra dicembre 2017 e giugno 2018 in un CAS situato nel centro storico della città.

Il CAS “Le Mongolfiere” è collocato a pochi passi dalla Basilica del Santo e ospita un numero contenuto di migranti compreso tra le 20 e le 50 unità. Il progetto interno e la formazione degli operatori recepiscono a pieno le nuove disposizioni in materia di accoglienza.
Le attività organizzate all’interno del centro sono state condotte con l’obiettivo di offrire agli ospiti le basi fondamentali per una buona integrazione nella società italiana e nello specifico nella società padovana: tutte le attività e i corsi mirano a fornire gli strumenti necessari per vivere in autonomia all’interno del territorio italiano.
Gli ospiti sono stati inizialmente divisi in tre gruppi, in base al livello di conoscenza linguistica. In parallelo alle lezioni di italiano, ciascun gruppo aveva a disposizione un operatore per le attività integrative all’inserimento territoriale e sociale.
Quotidianamente, agli ospiti erano offerti servizi quali: educazione civica, educazione stradale, educazione alimentare, percorsi psicologici individuali di supporto e counselling, o di orientamento professionale, a seconda del profilo; orientamento e accompagnamento ai servizi del territorio, orientamento e assistenza legale e sanitaria, tandem learning con giovani studenti universitari, ecc.
Al fine di rafforzare il loro coinvolgimento alla vita della comunità padovana e per approfondire le loro conoscenze di educazione civica, gli ospiti sono stati coinvolti in diverse iniziative esterne al centro, in raccordo con il CSV provinciale e altre associazioni sportive, culturali e religiose, come l’Opera Della Providenza S. Antonio, il Parco Etnografico di Rubano e i promotori dell’evento “Puliamo, e amiamo, il nostro fiume Brenta” tenutosi a Vigonza il 24 marzo 2018. In merito a queste tre specifiche esperienze propongo una lettura, basata sulla raccolta testimonianze orali, in merito all’agency dal migrante, qualora accompagnato a reali percorsi di inclusione; alle reali prospettive di lungo periodo; nonché all’effetto sulla società di accoglienza.

Torna su

Sara Forcella (esperta lingua araba, mediatrice culturale; dottoranda ISO)
L’accoglienza delle esigenze. Conoscere il territorio attraverso l’arte

L’intervento racconta un’esperienza che prende spunto da alcune attività avviate con un gruppo di ospiti di un centro di accoglienza straordinaria della provincia di Roma. “L’accoglienza delle esigenze: conoscere il territorio attraverso l’arte”, è il titolo di questo contributo che vuole illustrare come si è sviluppato nell’ultimo anno e – come si suol dire – dal basso, cioè in maniera autonoma e al di fuori della struttura d’accoglienza, un percorso di sensibilizzazione mirato ad una maggiore conoscenza della realtà sociale e culturale del nostro paese attraverso l’arte, da parte di questi giovani migranti. L’iniziativa – 18 incontri svoltisi a cavallo tra maggio 2017 e giugno 2018, tra i quali concerti, spettacoli teatrali, cinema, mostre – è nata per rispondere all’esigenza di un tempo diverso, quello per le cose apparentemente inutili o comunque non strettamente necessarie, eppure così vitali alla realizzazione del ben-essere di ciascuno e a sviluppare l’interesse verso la realtà circostante e il suo possibile cambiamento. Le cose inutili, dunque, come l’arte, le quali ci ricordano tutta la bellezza di cui l’essere umano è capace.

Le uscite culturali si sono contraddistinte per la partecipazione di persone esterne, come esperti della materia che ci hanno guidato all’interno dei musei, o cittadini comuni, spesso amici, che si sono uniti di volta in volta agli eventi. 21 ragazzi ospiti del CAS – molti dei quali all’interno del centro da circa due anni – hanno preso parte agli incontri, in maniera alternata.

L’intento di questo percorso è stato quello di fornire a persone ormai in Italia da tempo considerevole e tuttavia ancora in balia della burocrazia che contraddistingue l’iter della domanda di asilo, stimoli nuovi che permettano di accorciare le distanze tra la vita all’interno del centro e il territorio. Consideriamo fondamentale restituire loro una conoscenza diversa della realtà circostante al di là dei luoghi del “bisogno” (questura, ospedale, centro per l’impiego, stazione del treno), attraverso la scoperta di realtà culturali e spazi di svago dove il tempo libero del migrante può riacquistare un senso che non sia solo un’immobile attesa. Le uscite culturali vogliono mostrare la realtà con altri occhi: una realtà viva, il cui tessuto sociale si esprime attraverso l’arte e che forse proprio tramite quest’ultima può essere avvertito più vicino.

Torna su

Programma tema I
#escapes2018
Programma generale
Informazioni pratiche
Conferenze precedenti
#escapes2018 su twitter
#escapes2018 su wakelet