Escapes 2017 call for presentations – panel 5

Quarta conferenza annuale di ESCAPES

Ripensare le migrazioni forzate
Teorie, prassi, linguaggi e rappresentazioni

Parma, 8 – 9 giugno 2017


Refuge, migration, and legal insecurity.
Irregularity and statelessness as risks and state strategies

Proponenti: Édouard Conte (University of Fribourg, Switzerland), Luca Ciabarri (University of Milan, Italy)

Versione italiana

As admonished by several studies, the legal insecurity of refugees predicts and sustains social, economic and political exclusion as well as gender, ethnic, confessional and age-based discrimination. This web of disempowerment exacerbates the plight of forced displacement, generating cumulative vulnerability. In southern and south-eastern Europe, the Near East, and North Africa, one observes a multiplication of discrepant and often inconsistently applied administrative measures that hinder refugees’ recognition as such, as asylum seekers, or simply as persons requiring protection. Throughout Europe the rate of acceptance of asylum applications is witnessing a dramatic drop, often due to simplistic assumptions about the refugee experience or lack of information.

1) The legal threats exercised by states of departure on fleeing nationals
On departure the refugee foregoes the legitimate protection of his/her state of origin, and thus finds him/her/self in a position of structural weakness. This weakness can be exploited by the state of origin to ‘punish’ the refugee and deter potential emulators by, for example, threatening or harming family members who remain behind, confiscating property, etc. The refugee may equally be exposed to the disregard often shown by European states, which may not consider these conditions in the country of origin as relevant and invoke the indeterminate legal status of the asylum seeker not as a reason to afford protection, rather as a motive to refuse such.

2) The legal threats generated by the asylum seeker’s encounter with the host state and the legal threats and actual violence suffered by the migrants/refugees in transit countries.
Numerous refugees arrive in Europe with inadequate, invalid, or no identity documents. The limitation or non-provision of temporary residence permits in transit or host countries mechanically produces ‘illegal’ or ‘stranded’ immigrants. In other cases illegality is produced by the bureaucratic inconsistencies and deficiencies in European states. Becoming an ill- or undocumented person has cumulative, often irreversible, consequences on personal status validation for oneself, one’s dependents, and kin. The negative impact of this situation is now extending to refugee children born in Europe, thus illustrating how the de facto statelessness of migrants, ostracised by their home country, can entail the de jure statelessness of their offspring.

3) ‘Peripherisation’
Many, indeed most, northern and central European states invoke strict conformity with the Dublin regulations to justify the patent, large-scale disregard of the principle of non-refoulement. The effect of this practice is multiplied by the widespread refusal to apply the relocation plan proposed by the European Commission and by the creation of ‘hotspots’ in the south. The outcome is to place the full burden of effective asylum on Greece, Italy, and the southern Balkan countries, all bound by the 1951 Refugee Convention, yet largely unsupported as regards its implementation. This generates an ever-growing number of refugees who do not obtain effective protection, asylum, or due hearings but who are not practically expellable.

4) ‘Externalisation’
Agreements are being forged one after another with states of provenance and transit both to stem the flow of refugees and reduce the numbers of those who reached European shores. In certain cases, such as Afghanistan, forcible return can represent a deadly threat to the expellee. No less, the so-called Khartoum process implies offering compensation to a state whose president has been indicted by the Hague tribunal. Finally, it is questionable to what extent ‘arrangements’ with transit countries Turkey and Libya are either ethically sustainable or indeed politically effective.

Goal of the proposed panel

Each of the above problem areas has been the object of specific consideration. The promoters of the panel suggest, however, that these apparently distinct facets of the migratory process are best analysed in synthetic perspective. Indeed the latter are structurally interlinked through a nefarious logic whereby the cumulated insecurity of the departing refugees is augmented by the complacency of transit and host countries.

In this perspective, participants are invited to offer analyses on the basis of concrete case studies concerning one or more of the four above-mentioned problem areas. The value added of the meeting will be to progress toward a comprehensive methodology enabling a better understanding of the migratory phenomena in their full human and legal complexity.

Papers can be presented in Italian, English, French and German language. Translation will be provided by the convenors.

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Rifugio, migrazione e incertezza giuridica. Irregolarità e apolidia
come rischio e come strategia degli stati

Proponenti: Édouard Conte (University of Fribourg, Switzerland), Luca Ciabarri (University of Milan, Italy)

L’incertezza giuridica dei rifugiati alimenta forme di esclusione sociale, economica e politica, così come discriminazioni legate all’età, al genere o alla religione. Questo insieme di fragilità acuiscono il dramma della migrazione forzata, accumulando varie forme di vulnerabilità. Nell’ Europa meridionale e balcanica, nel Vicino Oriente ed in Nord Africa, si registra una moltiplicazione di misure amministrative tra loro ampiamente contraddittorie e variamente applicate che ostacolano il riconoscimento dei rifugiati come tali, come richiedenti asilo o semplicemente come persone che chiedono protezione.
In tutta Europa, il tasso di riconoscimento delle domande di asilo è in forte caduta, spesso a causa di rappresentazioni semplicistiche circa l’esperienza dei rifugiati e per assenza di informazioni.

1) Gli impedimenti legali esercitati dagli stati di partenza sui propri cittadini.
Nel momento della partenza, il rifugiato abbandona la legittima protezione del proprio stato di origine ponendosi così in una posizione di debolezza strutturale. Tale debolezza può essere sfruttata dallo stato per “punire” il rifugiato e scoraggiare potenziali emulatori, minacciando, per esempio, i famigliari rimasti in patria, confiscando beni di proprietà, etc.
Allo stesso tempo, gli stati europei possono scegliere di ignorare tali situazioni e considerare l’incertezza giuridica del richiedente asilo non come una ragione per concedere protezione ma come un motivo per negarla.

2) Gli impedimenti legali derivanti dall’incontro dei richiedenti asilo con gli stati ospitanti e gli impedimenti legali e l’effettiva violenza esperita dai rifugiati nei paesi di transito.
Molti rifugiati giungono in Europa con documenti di identità inadeguati o non validi; le limitazioni o il rifiuto di assicurare permessi di residenza temporanei nei paesi di transito meccanicamente producono immigrati illegali e “bloccati” in questi stessi spazi. In altri casi, sono le incongruenze e lacune dei sistemi di riconoscimento burocratico nei paesi ospitanti a produrre situazioni di irregolarità.
Diventare una persona priva di identità riconosciute o con identità mal definite ha effetti cumulativi, sovente irreversibili, sulla convalida dello status giuridico di un individuo, delle persone a suo carico e dei suoi parenti in generale.
L’impatto negativo di una tale situazione si sta ora estendendo sui bambini rifugiati nati in Europa, dimostrando così come la de facto situazione di apolidia dei migranti, emarginati dai propri paesi di origine, possa condurre de jure a situazioni di apolidia dei loro discendenti.

3) ‘Periferizzazione’
Molti stati del centro e nord Europa invocano una stretta conformità alle norme del Regolamento di Dublino al fine di giustificare un’ampia ed evidente inosservanza del principio di non-refoulement. Gli effetti di questa pratica sono ulteriormente amplificati dal diffuso rifiuto di attivare i piani di ricollocamento dei rifugiati proposti dalla Commissione Europea e dall’implementazione del “sistema hotspot” nel sud.
Esito di tali processi è di scaricare un peso consistente dei flussi di arrivo sui sistemi di accoglienza di Grecia, Italia e dei paesi balcanici, tutti legati alla Convenzione del 1951 sui rifugiati ma non supportati a livello di istituzioni europee nella sua effettiva applicazione. Questo genera, tra l’altro, un crescente numero di richiedenti asilo che non ottengono effettiva protezione o audizioni presso le commissioni d’asilo ma che risultano nella pratica difficilmente espellibili.

4) ‘Esternalizzazione’
Sono stati siglati e sono in corso di formulazione una serie di accordi con gli stati di provenienza e di transito al fine di bloccare il flusso di rifugiati e ridurre il numero di quanti raggiungono le coste europee. In alcuni casi, come l’Afghanistan, il ritorno forzato può rappresentare una reale minaccia all’incolumità delle persone espulse.
Nel caso del cosiddetto processo Khartoum, si entra in accordi con un Paese il cui Presidente è stato incriminato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia. Infine, è altamente opinabile la reale sostenibilità, tanto sul piano pratico quanto sul piano etico, di accordi con paesi di transito quali Libia e Turchia.

Obbiettivi del panel

Ognuna delle aree problematiche sopra menzionate è stata oggetto di specifiche considerazioni e studi. I proponenti del panel tuttavia invitano a considerare come questi apparentemente distinti aspetti del processo migratorio possano essere analizzati con maggiore incisività se considerati nel loro insieme. Tutti questi aspetti sono in realtà interconnessi attraverso una nefasta logica per cui il sommarsi dei piani di insicurezza ed incertezza esperiti dai rifugiati nelle proprie traiettorie di fuga è amplificata dalla noncuranza dei paesi di transito e di arrivo.
In questa prospettiva, i partecipanti al panel sono invitati a presentare analisi, sulla base di specifici e concreti casi di studio, di una o più delle dimensioni sopra elencate.
Scopo finale del panel è quello di procedere verso l’elaborazione di una metodologia onnicomprensiva capace di offrire un’ampia comprensione dei processi legati alla migrazione forzata nella loro complessità giuridica e umana.

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