Escapes 2017 call for presentations – panel 15

Quarta conferenza annuale di ESCAPES

Ripensare le migrazioni forzate
Teorie, prassi, linguaggi e rappresentazioni

Parma, 8 – 9 giugno 2017


Una paradossale vulnerabilità. Lo studio delle migrazioni forzate a partire da un dialogo fra antropologia e clinica

Proponenti: Andrea Pendezzini (Università di Torino), Francesca Morra (Oxford Brookes University); Discussant: Prof. Roberto Beneduce (Università di Torino)

“People always moved
whether through desire or through violence”
Liisa Malkki

La riflessione sulle traiettorie della migrazione verso l’Italia e l’Europa, e sulla sofferenza sociale e psichica che tali esperienze possono configurare, non può prescindere da un’analisi critica delle norme, delle pratiche, e dei discorsi sociali e politici che categorizzano i cittadini stranieri da un lato come “migranti forzati” e dall’altro lato come “immigrati economici”. Tale distinzione, lungi dal descrivere una realtà di fatto, piuttosto la produce, classificando coloro i quali vorrebbero entrare nei paesi dell’Unione Europea, suddividendoli da un lato in vittime di guerra, persecuzioni, violenza, e dunque legittime, dall’altro lato, in disperati, furbi, che – pur non avendone il diritto – cercano di infilarsi in un territorio che non vuole e non può accoglierli.
L’essere vittime, credibili e vulnerabili, rappresenta una credenziale importante ai fini del riconoscimento dello status di protezione internazionale, restato oggi sostanzialmente l’unico mezzo per entrare legalmente in Europa. Come categorie produttive, i discorsi e le classificazioni intorno alla vulnerabilità attraversano traiettorie di vita e corpi, producendo effetti e nuove forme di interazione e negoziazione con il contesto, modificando le possibilità d’azione dei soggetti.
Tuttavia la nozione di vulnerabilità contiene una questione duplice, poiché oltre all’aspetto politico, legato alla declinazione in categorie cliniche e legali, evoca allo stesso tempo un aspetto esistenziale, intrinseco, di esposizione all’altro e alla precarietà della vita.

Lo spazio della clinica è quello in cui maggiormente emergono queste dinamiche. All’interno del sistema dell’asilo, sofferenze e fragilità vengono osservate e misurate, classificate secondo gradi diversi di legittimità. Il migrante identificato come “vulnerabile” viene inserito in un dispositivo di tutela e protezione, dove può trovare una qualche forma di riconoscimento, che passa e si riflette nel suo corpo a rischio, ferito o malato, diagnosticato e classificato da professionisti medici e psicologi.
Negli spazi della cura si incontrano dunque soggetti su cui è possibile rintracciare il lavoro di queste classificazioni e di questi discorsi, e che rappresentano un ricco terreno di ricerca per chi interroga e analizza la produttività di linguaggi e categorie. Il corpo sofferente mostra, spesso in modo opaco, contraddittorio, irrisolto, l’azione degli spazi e di discorsi che ha, e che lo hanno, attraversato. Un corpo che tuttavia non è passivo, ma può esso stesso diventare produttore di realtà, agendo implicite negoziazioni del proprio posizionamento all’interno degli iter di riconoscimento della protezione internazionale, tramite processi di incorporazione del ruolo di vittima, che le scienze sociali indagano ormai da tempo.

La clinica, dunque, offre un campo etnografico particolarmente interessante per indagare l’esperienza della migrazione e del sistema dell’asilo, e per incontrarne gli attori. Tuttavia, essa mette allo stesso tempo in discussione la metodologia etnografica, che si confronta con la sfida di tenere insieme oggetti politici, culturali, idiosincratici. Inoltre, spesso, l’antropologo che fa ricerca in questi spazi viene chiamato a confrontarsi e a collaborare con operatori sociali e sanitari, trovandosi così a dover prendere posizione rispetto alla richiesta e alla responsabilità della cura.

Questo panel vuole raccogliere le riflessioni (sotto forma di paper scientifici e discussione di casi) di chi fa ricerca etnografica sull’esperienza della migrazione contemporanea scegliendo come campo i luoghi della clinica; ma anche di chi svolge attività clinica in collaborazione con antropologi, sociologi, mediatori linguistico-culturali formati nell’area delle scienze sociali. L’obiettivo è riflettere sul contributo che da un lato la ricerca etnografica e dall’altro la pratica clinica possono dare all’analisi delle migrazioni contemporanee, approfondendo allo stesso tempo le questioni epistemologiche, metodologiche ed etiche sollevate dall’incontro con questo tipo di campo. In particolare, la discussione si concentrerà su due ordini di domande:

  • Quanto la dimensione clinica rappresenta un terreno fertile dentro il quale cogliere e lavorare sull’aleatorietà delle opposte polarità con le quali i soggetti migranti vengono oggi rappresentati (migrazioni forzate / economiche, vulnerabilità / agency, oppressione / resistenza, ecc.)? Quale contributo può portare una pratica clinica antropologicamente e criticamente orientata, alla decostruzione delle categorie attraverso cui il discorso politico-sociale e le pratiche burocratico-amministrative governano le vite di chi migra oggi in Europa?
  • Quale posizione particolare occupa il ricercatore nello spazio clinico? Quali ruoli agisce e rappresenta, e in quali momenti? Come costruisce e negozia un’eventuale doppia appartenenza, come clinico e antropologo? Quali questioni etiche vengono sollevate nell’incontro con gli altri attori del campo? E come si trasforma il metodo etnografico quando è a contatto e si confronta con la clinica?

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