Escapes 2017 call for presentations – panel 12

Quarta conferenza annuale di ESCAPES

Ripensare le migrazioni forzate
Teorie, prassi, linguaggi e rappresentazioni

Parma, 8 – 9 giugno 2017


La difficile applicazione del concetto di agency alle esperienze dei rifugiati: tra mancato riconoscimento e aumento della vulnerabilità sociale

Proponenti: Michele Manocchi (Western University, London – Ontario, Canada)

Il concetto di Agency (agentività) è sempre più presente nel dibattito sulle esperienze di richiedenti asilo e rifugiati. In sociologia questo termine è definibile come “l’abilità di attivare e usare regole e procedure organizzative e il grado di controllo che l’autore può esercitare su di esse” (Lanzara 1993). Inoltre, secondo Sewell (1992), l’agency è una qualità propria di ogni membro di una data società. Attraverso la loro agency, i cittadini possono modificare le loro relazioni con gli altri membri della stessa società al fine di raggiungere situazioni più soddisfacenti. Il tutto in un rapporto dialettico con gli altri, dove l’agency agisce non come una minaccia ma come un mezzo limitato, nel suo dispiegarsi, dall’agency degli altri soggetti.

Al fine di dare vita a relazioni che non siano coercitive ma anzi produttive, occorre che i soggetti in gioco si riconoscano vicendevolmente come membri a pieno titolo della società nella quale lo scambio avviene. In assenza di questo reciproco riconoscimento, le azioni dell’uno potrebbero risultare incomprensibili all’altro soggetto, il quale non le percepirebbe come azioni rivolte ad un cambiamento ma semplicemente come azioni prive di senso. Ciò che agiamo, ancor prima di essere posto in discussione, deve necessariamente essere riconosciuto come atto legittimo e comprensibile, in linea con le regole valoriali e sociali in vigore. Senza questo riconoscimento, i gesti dell’uno non verranno riconosciuti dall’altro, e dunque essi avranno effetti del tutto imprevedibili e potenzialmente lontani da ciò che l’uno sperava di ottenere dall’altro. Il significato di tali effetti – questo è il punto cruciale – non sarà condiviso né comunicabile, perché l’assenza di riconoscimento come membro legittimo della società e autorizzato ad agire in essa non permetterà all’uno di essere compreso dall’altro nei suoi tentativi di comunicare.

Richiedenti asilo e rifugiati spesso non ricevono questo grado di riconoscimento sociale, e raramente sono legittimati come soggetti capaci di agire ‘sensatamente’ (cfr. Marchetti e Manocchi, 2016). In questo contesto, il significato di ‘riconoscimento’ perde i suoi punti di ancoraggio a quel background culturale che, pur nelle differenze interne ad una nazione, costituisce un terreno comune al quale rifarsi, spesso inconsciamente, per conferire senso a quanto ci accade. I bias culturali presenti in ambo le parti – società ricevente e rifugiati – conducono a risultati imprevedibili (cfr. Kirmayer, Lemelson and Barad, 2007; Kirmayer, Guzder and Rousseau, 2014) e altresì interessanti da indagare, nelle loro basi epistemologiche così come nelle loro consequenze pratiche.

Ai processi di etichettamento conseguenti alla mancanza di riconoscimento, i rifugiati cercano di rispondere con azioni di vario genere: occupazioni di stabili, spostamenti all’interno dell’Europa in cerca di lavoro e sistemazioni, ricongiungimento di figli che poi vengono spediti, con falsi documenti, in altri paesi europei dove si suppone vi siano migliori chance di integrazione. Spesso, tali azioni vengono considerate come atti di agency. A giudizio del proponente di questo panel tali azioni, invece, riflettono solo le assenze e le aberranti contraddizioni di sistemi di asilo che, sia ai livelli nazionali che a quello europeo, non sono in grado di mantenere le promesse di accoglienza e integrazione così spesso dichiarate.

Il panel intende indagare le riflessioni teoriche e pratiche su questo tema, elaborate da ricercatori così come da operatori sul campo, mettendo a confronto opinioni ed esperienze sui processi relazionali nei quali tali temi emergono. I contributi proposti possono:

  • illustrare e/o analizzare le dinamiche nelle quali l’assenza di riconoscimento si dispiega (o criticare questa posizione che assume l’assenza di riconoscimento);
  • raccontare le conseguenze pratiche della assenza di riconoscimento subita dai rifugiati;
  • illustrare le conseguenze sui rifugiati, e/o sul sistema, delle azioni che essi stessi mettono in pratica per tentare di modificare le situazioni nelle quali si trovano.

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