Appunti dal primo Seminario Escapes A.a. 2016/17


Di Chiara Tasinazzo (vai alla licenza)

Si è tenuto il 23 settembre il primo Seminario di Escapes- Laboratorio di studi critici sulle migrazioni forzate- per l’anno accademico 2016/17 intitolato “Al di là della crisi. Accoglienza e integrazione dei rifugiati nella regione mediterranea”.

Tavolo dei relatori al seminario EscapesRelatore: Stephane Jaquemet, rappresentante per il Sud Europa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR)”
Introduzione di Vittorio Agnoletto, docente di Globalizzazione e politiche della salute, Università degli Studi di Milano
Discussants: Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni, Università degli Studi di Milano, e Chiara Marchetti, docente di Sociologia delle relazioni interculturali, Università degli Studi di Milano.

Durante il seminario, il rappresentante per il Sud Europa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) Stephane Jaquemet ha analizzato i dati recenti relativi ai flussi di richiedenti asilo verso l’Europa e in particolare l’Italia, alla luce di alcuni importanti eventi avvenuti nell’ultimo mese.

Stephane Jaquemet (UNHCR) al seminario EscapesIl relatore ha citato il Vertice europeo di Bratislava del 16 settembre sul tema dell’immigrazione, evidenziandone i risultati deludenti con il fallimento delle due proposte avanzate dal presidente del consiglio Renzi per far fronte agli arrivi dei migranti e alle richieste di asilo. Sia il Migration Compact che la proposta di ripartizione delle quote dei richiedenti asilo sono infatti state rigettate o rimandate a decisione futura.
Anche i vertici ONU di New York del 19 e 20 settembre sono stati citati dal relatore per l’insufficienza dei risultati, in particolare per la scelta di rimandare di due anni la negoziazione di due Global Compact sul tema dei rifugiati e delle migrazioni regolari.
Tutto questo, ha ricordato Jaquemet, avviene mentre la situazione di violenza in Siria si inasprisce e persistono numerosi conflitti in atto nel continente africano e in Medio Oriente.

Questo panorama geopolitico, continua Jaquemet, è specchio di una crisi dell’identità europea prima ancora che di una crisi dei flussi migratori. Nonostante i numeri degli arrivi in Italia non si siano ridotti, il flusso di rifugiati in Europa è infatti diminuito rispetto al 2015, a causa del blocco in Turchia determinato dall’accordo turco-europeo. Ciò nonostante, sembra al momento impossibile la concertazione di una politica comune di gestione dei flussi migratori da parte dei paesi dell’UE.
Secondo Jaquemet, il 2015 ha segnato una svolta negativa in Europa e l’inizio di una profonda crisi identitaria, che ha sdoganato atteggiamenti di rifiuto dei valori di solidarietà e accoglienza mettendo in discussione le fondamenta dell’Unione e le relazioni tra gli stessi stati membri.

Dai dati riportati (1 milione e 100mila arrivi di rifugiati in Unione Europea nel 2015, di cui 800mila in Grecia e 150mila in Italia) si evince ancora una volta che i numeri degli arrivi di migranti, rispetto alla popolazione totale dei paesi europei, sarebbero tutt’altro che ingestibili. La Germania, con i suoi 750mila rifugiati, è infatti il primo paese di asilo europeo ma è solo diciottesima a livello mondiale e, denuncia Jaquemet, se proprio si devono individuare aree di crisi in ambito europeo, sarebbe più opportuno considerare il caso dell’Ucraina che si trova a gestire un milione e 700mila sfollati e della Turchia con 2 milioni e 800mila rifugiati, piuttosto che i paesi membri dell’Unione.
Ciò nonostante la situazione di paralisi dell’Unione Europea rende impossibile affrontare l’agenda sull’immigrazione e arginare i fenomeni di razzismo da parte di alcuni stati membri.

In questo contesto, secondo Jaquemet, il ruolo dell’Italia si è decisamente modificato negli ultimi due anni a causa della chiusura delle frontiere da parte degli altri stati europei come Francia, Svizzera e Austria, che rende impossibile per i migranti proseguire verso il nord Europa. Questo atteggiamento dei nostri vicini europei sta causando una forte pressione nel nostro paese, sovraccaricando le strutture di accoglienza (per l’80% di tipo emergenziale) e generando difficoltà di gestione delle pratiche di richiesta asilo. È da denunciare inoltre l’enorme problema dei minori stranieri non accompagnati, per la maggioranza dei quali non vengono attivati servizi di tutela e accoglienza idonei.

In conclusione, sostiene Jaquemet, in Europa non sussiste una crisi di rifugiati ma piuttosto una ben più grave crisi identitaria, mentre l’Italia è effettivamente vicina a una crisi migratoria causata dalla chiusura degli altri stati UE.
A livello globale stiamo invece assistendo a una doppia crisi: quella delle grandi masse di rifugiati in fuga da situazioni di violenza, povertà e disastri ambientali in tutto il mondo e quella di tipo identitario. La sovrapposizione di queste due crisi genera una situazione esplosiva di difficile gestione.

Maurizio Ambrosini al seminario EscapesAl termine dell’esposizione di Stephane Jaquemet, Maurizio Ambrosini ha voluto sottolineare, nel contesto della crisi identitaria in atto, il fallimento da parte delle elite politiche e intellettuali nel dare risposte alle legittime domande dei cittadini che identificano sempre più spesso nei rifugiati il capro espiatorio all’origine delle proprie difficoltà socio-economiche. Ambrosini problematizza il concetto di welfare universalistico e si chiede dove venga collocato oggi lo spartiacque tra titolari e non titolari di diritti.

Ha proseguito la riflessione Chiara Marchetti, che ha denunciato come la situazione di isolamento dell’Italia in Europa si ripropone in modo simile all’interno del nostro paese a livello locale, dove molti comuni rifiutano di accogliere richiedenti asilo sul proprio territorio. L’universalità e obbligatorietà dei diritti e la libertà di movimento sono quindi categorie messe in forte discussione dalla situazione odierna.

Secondo Marchetti, il problema della gestione dei flussi migratori deve essere affrontata a tre livelli.
In primo luogo, la difficoltà di accesso alle procedure di riconoscimento delle forme di protezione internazionale oggi utilizzate è dovuta in parte al fatto che queste sono basate su categorie figlie dei tempi che le hanno viste nascere (Convenzione di Ginevra) e che dunque sono scarsamente efficaci per la gestione dei flussi odierni.
In secondo luogo, l’accoglienza dei richiedenti asilo viene percepita come fortemente problematica da parte dei cittadini, spaventati dai possibili legami con il terrorismo, da un’eventuale minaccia alla propria identità e, non da ultimo, dai costi per il paese. È innegabile che i periodi di permanenza all’interno di strutture di accoglienza siano troppo lunghi, ma sarebbe utile riflettere anche sull’opportunità economica e occupazionale che la gestione dell’accoglienza sta generando.
Proprio per questi motivi, conclude Marchetti, è necessario lavorare in modo efficace sul terzo livello di problematicità evidenziato, ovvero quello dell’integrazione. È fondamentale iniziare fin dall’arrivo dei migranti sul territorio un’opera di incentivazione della coesione sociale, lavorando sui piccoli numeri e sulle comunità, sperimentando proposte diverse rispetto all’isolamento dei rifugiati nei centri di accoglienza (sotto forma di progetti di accesso al lavoro, forme di co-housing ecc.) generando un “contagio positivo” anche dal punto di vista culturale.

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